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	<title>Tutto quello che avreste voluto sapere sulla psicologia...ma non avete mai osato chiedere !</title>
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		<title>Il Disturbo d&#8217;Ansia Generalizzato</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 07:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federicapaterlini</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Il Disturbo d&#039;Ansia Generalizzato]]></category>
		<category><![CDATA[3 Ansia]]></category>
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		<description><![CDATA[“E. ha 26 anni. È arrivato in consultazione perché lamentava difficoltà di addormentamento e giramenti di testa. Durante il colloquio si mostrava agitato, sudava, chiedeva spesso di poter bere da una bottiglietta che si era preventivamente portato da casa e si agitava sulla sedia. Riferì di avere problemi fisici e un’ansia pervasiva che lo faceva [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=217&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>“E. ha 26 anni. È arrivato in consultazione perché lamentava difficoltà di addormentamento e giramenti di testa. Durante il colloquio si mostrava agitato, sudava, chiedeva spesso di poter bere da una bottiglietta che si era preventivamente portato da casa e si agitava sulla sedia. Riferì di avere problemi fisici e un’ansia pervasiva che lo faceva sentire sempre teso. Qualunque cose gli creava preoccupazione, anche i pochi amici che aveva gli dicevano &lt;&lt;devi prendere la vita con più calma, non puoi agitarti sempre per tutto!&gt;&gt;. E viveva nella paura che accadessero cose spiacevoli, in ambito lavorativo, personale e sociale ma se le cose non si svolgono alla perfezione non riesce ad affrontarle e, come dice lui &lt;&lt;vince la paura&gt;&gt;.”</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Questo disturbo è abbastanza comune. Può soffrirne circa il 3% della popolazione nell’arco di un anno.</p>
<p>La sintomatologia più presente nel DISTURBO D&#8217;ANSIA GENERALIZZATO (DAG) è formata da:</p>
<ul>
<li>Sentirsi teso e con i nervi a fior di pelle</li>
<li>Affaticabilità</li>
<li>Difficoltà di concentrazione o sensazione di testa vuota</li>
<li>Irritabilità</li>
<li>Tensione fisica, muscoli tesi e dolenti</li>
<li>Sonno disturbato (fatica nell’addormentamento, frequenti risvegli,  svegliarsi poco riposato)</li>
</ul>
<p>Diversi autori hanno valutato l’efficacia di varie terapie (terapia analitica, rilassamento) confrontandole con la terapia cognitivo comportamentale. Questi studi mostrano una maggiore efficacia di queste ultime (cognitive in particolare) rispetto alle altre (Butler et all, 1987; Durham e Turvey, 1987, Borkovec e coll, 1987, Power et all, 1989, Borkhovec e Costello, 1993).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Disturbo d’ansia o normali preoccupazioni???</strong></p>
<p>Chi in talune circostanze di vita non ha sperimentato ansia? Significata che ha un Disturbo d’ansia Generalizzato? La differenza tra l’ansia e le preoccupazioni di ogni giorno e questo disturbo sta nel fatto che l’ansia non patologica è <span style="text-decoration:underline;">collegata a fattori di stress</span> (ad esempio: rottura di una relazione sentimentale, problemi di salute di un familiare, perdita o minaccia di perdita del lavoro) ed è <span style="text-decoration:underline;">limitata nel tempo</span>. L’ansia patologica, invece, è <span style="text-decoration:underline;">eccessiva</span>, <span style="text-decoration:underline;">dilagante</span>, <span style="text-decoration:underline;">poco controllabile</span> e <span style="text-decoration:underline;">pervasiva </span>oltre che di <span style="text-decoration:underline;">difficile controllabilità</span>. Solitamente è presente fin dall’infanzia o dall’adolescenza.</p>
<p style="text-align:center;"> <a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/02/ciclo-ansia1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-219" title="CICLO ANSIA" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/02/ciclo-ansia1.jpg?w=717&#038;h=367" alt="" width="717" height="367" /></a><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/02/ciclo-ansia.jpg"></a></p>
<p><em>Il ciclo dell&#8217;ansia, G. Andrews</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’ansia cronica…</strong></p>
<p>Le risposte d’ansia non possono essere eliminate in quanto l’ansia è una risposta innata del nostro organismo. Una risposta adattiva che ci permetteva di attivarci e far fronte ai pericoli della vita. Se non riusciamo a interrompere il ciclo dell’ansia diventerà cronica facendo sperimentare:</p>
<p>- inquietudine, tensione</p>
<p>- stancarsi facilmente</p>
<p>- difficoltà di concentrazione o testa vuota</p>
<p>- irritabilità</p>
<p>- tensione muscolare, difficoltà a rilassarsi</p>
<p>- difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni</p>
<p>- infine….si ha l’impressione di non farcela più, di non riuscire a far fronte alla situazione, ci si sente demoralizzati e depressi</p>
<p>L’ansia in questo caso compromette la vita quotidiana e anche se non è possibile eliminarla, e forse non è nemmeno utile eliminarla totalmente perché in alcune situazioni ci è utile, è possibile imparare a controllarla e a gestirla.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Da dove viene l’ansia generalizzata???</strong></p>
<p>È sempre la combinazione di più elementi che conduce allo sviluppo di una patologia. Prendiamo in esame 3 fattori:</p>
<p>- <strong>Effetto della personalità: </strong>la personalità è, in poche parole, il modo abituale di una persona di pensare, reagire e rapportarsi con gli altri. Chi soffre di questo disturbo si descrive come: sensibile, emotivo, facile alla preoccupazione. Spesso in membri della stessa famiglia è più comune ritrovare le stesse caratteristiche, questo perché nello sviluppo della personalità contano sia fattori genetici sia ambientali. Ci sono anche vantaggi ad avere una personalità così: essere sensibili aiuta a capire gli altri e trattarli meglio..ma ci sono anche degli svantaggi perché l’emotività può portare all’ansia cronica. È possibile però insegnare alle persone a controllare la loro sensibilità.</p>
<p><strong>- Effetto di eventi di vita e stress: </strong>ognuno di noi è continuamente esposto a eventi che ci richiedono un cambiamento o un adattamento: cambiare lavoro, cambiare casa, un matrimonio, una nascita, un conflitto, prendere decisioni importanti…L’ansia può avere inizio in questi momenti. Un problema grande o molti piccoli problemi possono superare la nostra normale capacità di adattamento e rappresentare una minaccia.</p>
<p>-<strong> Modo di interpretare le cose: </strong>solitamente chi soffre di questo disturbo ha una tendenza ad interpretare gli stimoli esterni come minacciosi. Ad esempio: se suona il telefono penseranno che è perché c’è stato un incidente che ha coinvolto qualche familiare, se il responsabile un giorno ha lo sguardo cupo sarà perché è arrabbiato con noi per qualcosa che abbiamo fatto. Vedere il mondo in questo modo dipende da eventi precedenti, esperienze di vita, comportamenti da parte dei genitori, insegnanti…</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cosa caratterizza il disturbo?</strong></p>
<p>Il processo di RIMUGINAZIONE è considerato una caratteristica principale del DAG (disturbo d’ansia generalizzato). Il rimuginio è una manifestazione di eccessiva ansia e preoccupazione, in relazione ad alcuni eventi, per un tempo non inferiore a 6 mesi.</p>
<p>Per capire meglio cosa è una rimuginazione la si può definire come una <strong>catena di pensieri e immagini associate ad emozioni negative e relativamente incontrollabili</strong> (non sono né ossessioni, né pensieri automatici negativi). Ci dovrebbero essere almeno 3 tra i seguenti sintomi:</p>
<p>- mancanza di riposo o irascibilità</p>
<p>- facile affaticamento</p>
<p>- difficoltà di concentrazione</p>
<p>- tensione muscolare</p>
<p>- irritabilità</p>
<p>- alterazione del ritmo sonno-veglia</p>
<p>Fondamentale è differenziare il rimuginio normale, che tutti sperimentiamo qualche volta, ed il rimuginio patologico cioè quella sensazione di non riuscire o fare fatica a controllare le ruminazioni. La differenza non è nel contenuto dei pensieri ma bensì nella capacità o meno di riuscire a interrompere il flusso di pensieri. Alle volte il rimuginio inizia per l’intromissione involontaria di alcuni pensieri ma altre volte è la persona che avvia il flusso dei pensieri.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Quali caratteristiche hanno le preoccupazioni??</strong></p>
<p>Ognuno di noi, ogni giorno, ha molte preoccupazioni diverse…ma quali devono essere quelle caratteristiche delle nostre preoccupazioni che ci dovrebbero fare riflettere sulla funzionalità o meno del nostro modo di preoccuparci.</p>
<p>Nel DAG, le preoccupazioni sono: numerose, si susseguono, sono accompagnate da emozioni di allarme, inquietudine e ansia, riguardano spesso eventi futuri catastrofici e poco probabili, riducono la capacità di pensare chiaramente e sono difficilmente controllabili. Queste persone si preoccupano per circa la metà del tempo di veglia per cose che non accadranno ma solo dopo che l’evento atteso non si è verificato riescono a riconoscere il loro eccesso di preoccupazione.</p>
<p>Temi comuni di preoccupazione possono essere: problemi che potrebbero presentarsi in futuro, perfezionismo e paura d’insuccesso, paura del giudizio negativo degli altri.</p>
<p>Ulteriore caratteristica del disturbo è “preoccuparsi di avere delle preoccupazioni” come ad esempio: “Non riuscirò a smettere di preoccuparmi”, “Chissà cosa mi succederà se continuo a preoccuparmi così tanto”. Queste ulteriori preoccupazioni vanno ad incrementare il circolo vizioso dell’ansia mantenendo l’agitazione e la costante preoccupazione.</p>
<p><strong>Attenzione…cosa fate per placare le preoccupazioni…?</strong></p>
<p>Molto spesso le persone trovano delle strategie per ridurre l’ansia dovuta alle loro preoccupazioni.</p>
<p>Alcuni di questi comportamenti, che nel breve termine portano a ridurre l’agitazione, nel lungo termine possono contribuire a rafforzare e mantenere queste preoccupazioni.</p>
<p>a)    Cercare di rassicurarti o chiedere rassicurazioni a qualcuno. Il sollievo che compare durante la rassicurazione ha una breve durata, perciò quando torna l’ansia si è di nuovo dal principio.</p>
<p>b)   Essere perfezionisti</p>
<p>c)    Evitare le situazioni o gli eventi che si pensa creino ansia. Evitare significa non darsi la possibilità di sperimentare…che non c’è nulla di grave.</p>
<p>d)   Rinviare cioè non iniziare un’attività per paura di un fallimento</p>
<p>e)   Tentare di sopprimerle: questo metodo è deleterio perché fa si che le preoccupazioni aumentino se ci portiamo la nostra attenzione.</p>
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		<title>I Livelli del Pensiero</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 19:33:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenatorresan</dc:creator>
				<category><![CDATA[- I Livelli del Pensiero]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align:center;"><span style="text-decoration:underline;">I TRE LIVELLI DEL PENSIERO: L’ALBERO</span></h1>
<p><img class="aligncenter" src="http://chiarac.files.wordpress.com/2007/10/klimt_l-albero-della-vita.jpg?w=320&#038;h=425" alt="" width="320" height="425" /></p>
<p>Secondo il modello cognitivo di Beck i livelli di pensiero sono 3 e sono organizzati secondo una sempre maggiore profondità e complessità. I 3 livelli sono come le 3 parti che compongono un albero: le <em>foglie </em>(i pensieri automatici) piccole e caduche, il <em>tronco </em>(le credenze) più solido e strutturato, e le <em>radici </em>(gli schemi) su cui tutto l’albero si regge.</p>
<h2 style="text-align:center;">LE FOGLIE: I PENSIERI AUTOMATICI</h2>
<p>“Sono la solita incapace!”<br />
“Non me ne va mai bene una!”<br />
“Non riuscirò mai a portare a termine quel compito: è troppo difficile!”<br />
“Gli altri sono sempre migliori di me.”</p>
<p>Si tratta di una sorta di commento interno in cui la persona si impegna in specifiche situazioni. Possono essere coscienti ma possono anche non esserlo. E’ comunque possibile renderli consapevoli se la persona vi presta sufficiente attenzione con un adeguato allenamento.<br />
Per individuare i pensieri automatici è necessario  rispondere alla seguente domanda: “Che cosa mi stava passando per la mente proprio allora?”.</p>
<p>Sono pensieri rapidi, brevi, telegrafici anche se tendono a giungere alla consapevolezza della persona in lunghe catene. Ad un pensiero automatico infatti spesso ne seguono altri, sulla stessa scia e con le stesse modalità.<br />
I pensieri automatici legano un evento alla reazione emotiva conseguente.</p>
<p><em>Esempio</em><br />
Situazione: incontro una vecchia amica per strada che non mi saluta.<br />
Pensiero automatico: “Le sono sempre stata antipatica.”<br />
Reazione emotiva: rabbia, tristezza</p>
<h2 style="text-align:center;">IL TRONCO: LE CREDENZE</h2>
<p>“Se sbaglio ancora, allora gli altri penseranno che sono un’incapace.”<br />
“Devo avere successo in tutto quello che faccio.”<br />
“Se fallisco, gli altri mi puniranno.”<br />
“Sono una brava persona solo nella misura in cui sono una persona competente.”</p>
<p>Le credenze rappresentano il livello intermedio del pensiero.<br />
Si dividono in 3 categorie:</p>
<p>1.	<em>REGOLE</em>: la persona si da delle regole di comportamento valide per sé o per gli altri. (Es. Devo essere sempre la persona più competente di tutte. Bisogna essere sempre disponibili quando qualcuno chiede aiuto.)<br />
2.	<em>OPINIONI</em>: riguardano le opinioni su se stessi, su gli altri e sul mondo. (Es. E’ male/terribile/sconveniente essere persone superficiali/incompetenti/etc.).<br />
3.	<em>ASSUNZIONI</em>: assumono la forma di proposizioni “Se…allora.” (Es. Se non faccio il massimo, allora fallirò.)</p>
<p>L’ipotesi è che le credenze abbiano la capacità di far sorgere i pensieri automatici. Spesso le persone non sono pienamente consapevoli delle loro credenze, al contrario dei pensieri automatici che sono più accessibili alla consapevolezza. Esse sembrano però essere la base di molte reazioni delle persone, esprimendosi nelle loro emozioni, nei loro pensieri automatici e nei loro comportamenti.</p>
<h2 style="text-align:center;">LE RADICI: GLI SCHEMI O CREDENZE DI BASE</h2>
<p>“Io sono una persona incapace/debole/etc.”<br />
“Non ci si può fidare di nessuno.”<br />
“Io sono una brava persona”<br />
“Gli altri sono sostanzialmente buoni.”</p>
<p>Dopo questi due importanti livelli di pensiero, esiste per la terapia cognitiva un terzo livello più profondo e fondamentale che viene chiamato “schema”. Si tratta delle regole base che una persona usa per organizzare le proprie percezioni di sé, del mondo e del futuro. Gli schemi vengono utilizzati per adattarsi alle sfide della vita, per dare un senso alla propria esistenza.<br />
Gli schemi sono assoluti e incondizionati, spesso le persone non ne sono consapevoli e danno origine ad altre convinzioni.<br />
Gli schemi possono essere positivi o negativi. L’attenzione della terapia è rivolta a quelli negativi, che portano a credenze (e quindi pensieri automatici) negativi e dolorosi.<br />
Essi possono essere sia attivi che latenti: ogni schema, positivo o negativo che sia, si attiva in specifiche situazioni, tipiche per ciascuno schema.<br />
Quali schemi una persona possegga e in quali e quante situazioni essi si attivino dipende dalla storia di vita di ciascuno: gli schemi infatti si sviluppano già a partire dall’infanzia e ci accompagnano per tutta la vita.</p>
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		<title>Il Disturbo Ossessivo Compulsivo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 19:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenatorresan</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Il Disturbo Ossessivo Compulsivo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Caterina ha 35 anni, fa la casalinga, è sposata e ha due bambini. Non ricorda quando ha incominciato a preoccuparsi in maniera eccessiva delle pulizie di casa. Sa solo che ora le sembra che la casa non sia mai pulita, lava e rilava tutto da cima a fondo più volte al giorno. Ha paura che i germi contamino la casa, diventando fonte di malattie per lei e per i suoi familiari. Ogni volta che qualcuno entra in casa deve prima togliersi le scarpe e i vestiti, perché tutto quello che viene da fuori può essere contaminato. Ne segue che molto raramente Caterina riceve visite da parte di amici, dal momento che è consapevole dell’irragionevolezza del suo comportamento e se ne vergogna.. Le attività di pulizia della casa ormai le portano via quasi tutta la giornata: non riesca a fare altro. Non è mai sicura dell’efficacia delle pulizie e non avendo altri mezzi per controllare che tutto sia effettivamente disinfettato, ricomincia a pulire.</em></p>
<p>A Caterina è stata fatta diagnosi di <strong>Disturbo Ossessivo-Compulsivo</strong>. Il nome di tale disturbo ne riassume le caratteristiche fondamentali: da un lato le <strong>ossessioni</strong>, dall’altro le <strong>compulsioni</strong>.</p>
<h2><strong><em>Di che cosa si tratta?</em></strong></h2>
<p>Il DSM IV-TR definisce le <strong>ossessioni </strong>come pensieri, impulsi e immagini ricorrenti e persistenti vissuti almeno in qualche momento del corso del disturbo, come intrusivi e inappropriati e che causano ansia e disagio marcati. Le ossessioni non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale (es. se ho perso il lavoro e il mio conto in banca è in rosso e io non riesco a smettere di pensarci, questa non può essere considerata un’ossessione in senso clinico poiché fa riferimento a un problema reale). Le persone tenta di ignorare o sopprimere le ossessioni, o di neutralizzarle con altri pensieri o azioni, ma invano, la persona, inoltre, riconosce che tali ossessioni sono un prodotto della sua mente (e non imposti dall’esterno).<br />
Nel caso di Caterina, la sua ossessione è il pensiero ricorrente e intrusivo che la sua casa possa contaminarsi con dei germi, pensiero che non riesce a scacciare e che le rimane fisso in testa.<br />
Le <strong>compulsioni</strong>, sempre secondo la definizione del DSM IV, sono comportamenti ripetitivi (es. lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (es. pregare, contare, ripetere parole mentalmente) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta a un’ossessione o secondo regole che devono essere applicate rigidamente. Le compulsioni sono volte a prevenire o ridurre il disagio o a prevenire alcuni eventi o situazioni temuti; ad ogni modo però questi comportamenti o azioni mentali non sono collegati in modo realistico con ciò che sono designati a neutralizzare o a prevenire, oppure sono chiaramente eccessivi.<br />
La compulsioni di Caterina è quella di pulire continuamente la casa nel tentativo di neutralizzare tutti i germi e disinfettare al 100% la casa.</p>
<p>Tra <strong>ossessioni e compulsioni</strong> quindi è possibile individuare una <strong>relazione diretta</strong>. Le compulsioni, infatti, nascono come “soluzione” per far tacere le ossessioni, ad esempio risolvendo teoricamente la situazione temuta oppure eliminando i dubbi che la persona ha e che dipendono dalle ossessioni.<br />
Caterina teme che la casa possa essere contaminata dai germi. Questo pensiero le causa forte ansia e stress negativo (di stress). Per diminuire l’ansia e il di stress Caterina è quindi portata a intensificare i comportamenti di pulizia. Questi comportamenti non sono però sufficienti in quanto non possono eliminare al 100% il dubbio circa il fatto che ci siano dei germi. In questo modo l’ossessione di rafforza e di conseguenza anche la compulsione. E’per questo motivo che non riesce a smettere di pulire. Si è creato un circolo vizioso.</p>
<h4>OSSESSIONI&#8212;&#8211;&gt;ANSIA&#8212;&#8211;&gt;COMPULSIONI&#8212;&#8211;&gt;OSSESSIONI</h4>
<h2><strong><em>Mi riconosco nella descrizione delle ossessioni e delle compulsioni: significa che soffro di Disturbo Ossessivo-Compulsivo?</em></strong></h2>
<p>I pensieri ossessivi e le compulsioni fanno parte del comportamento umano e non necessariamente vanno categorizzati come elementi patologici. A tutti prima o poi è capitato di tornare indietro a controllare di aver chiuso la macchina o la porta di casa perché non si era sicuri di averlo fatto. Così come a tutti prima o poi è capitato di mettere in atto comportamenti scaramantici per scongiurare eventi negativi. Alcuni possono anche avere vere e proprie ossessioni di rilevanza clinica, con le loro conseguenti compulsioni, ma non per questo si parla di disturbo ossessivo-compulsivo. Le ossessioni sono un’esperienza comune, quasi tutte le persone le hanno.<br />
A tal proposito il DSM IV molto saggiamente ha introdotto un importante criterio, necessario per fare diagnosi di questo disturbo: le ossessioni o compulsioni devono causare <strong>disagio marcato nella persona</strong>, facendo consumare tempo (più di un’ora al giorno) oppure interferendo significativamente con le normali abitudini di vita, con il funzionamento lavorativo (o scolastico) o con le attività o relazioni sociali usuali.<br />
Caterina rispetta in pieno questo criterio: passa quasi tutto il giorno a pulire casa, non esce quasi mai né permette che altri la vadano a trovare.</p>
<p>Per una corretta <strong>valutazione del problema</strong> è necessario pertanto indagare una molteplicità di fattori, tra cui:</p>
<ol>
<li><em>il tempo passato nelle ossessioni (o il tempo libero dalle ossessioni)</em></li>
<li><em>l’interferenza derivante dalle ossessioni</em></li>
<li><em>il distress associato ai pensieri ossessivi</em></li>
<li><em>la resistenza rispetto alle ossessioni</em></li>
<li><em>il grado di controllo sui pensieri ossessivi</em></li>
<li><em>il tempo passato eseguendo i comportamenti compulsivi (o il tempo libero da compulsioni)</em></li>
<li><em>l’interferenza dovuta ai comportamenti compulsivi</em></li>
<li><em>il distress associato ai comportamenti compulsivi</em></li>
<li><em>la resistenza rispetto alle compulsioni</em></li>
<li><em>il grado di controllo sui comportamenti compulsivi</em></li>
</ol>
<h2><em><strong>Come si manifesta il disturbo ossessivo-compulsivo?</strong></em></h2>
<p>I sottotipi di disturbo ossessivo-compulsivo sono in numero potenzialmente infinito, dal momento che le ossessioni e le compulsioni possono assumere caratteristiche molto differenti tra loro. La pratica clinica e la ricerca però hanno messo in luce le principali tipologie che è possibile riscontrare.</p>
<p>I principali tipi di <strong>ossessioni </strong>sono:</p>
<ol>
<li><em>ossessioni aggressive</em> (far male a sé o agli altri, pronunciare oscenità o insulti, rubare oggetti, ecc.)</li>
<li><em>ossessioni di contaminazione</em> (preoccupazione o disgusto per i rifiuti o le secrezioni del corpo, per lo sporco, per i germi, per contaminanti ambientali, animali, ecc.)</li>
<li><em>ossessioni sessuali</em> (pensieri, immagini o impulsi sessuali proibiti o perversi; pensieri di pedofilia o incesto o omosessualità, ecc.)</li>
<li><em>ossessioni di accaparramento/accumulo</em> (incapacità di buttare via oggetti e loro accumulo)</li>
<li><em>ossessioni a sfondo religioso</em> (preoccupazioni rispetto a sacrilegi o peccati di blasfemia; eccessiva moralità; ecc.)</li>
<li><em>ossessioni di simmetria o di precisione</em> (bisogno che le cose siano messe in un certo ordine, che seguano determinati schemi, ecc)</li>
<li><em>ossessioni varie</em> (necessità di sapere o ricordare; timore di dire certe cose; timore di non dire proprio la cosa giusta; paura di perdere oggetti; ecc.)</li>
<li><em>ossessioni somatiche</em> (ossessioni per le malattie; eccessiva preoccupazione per alcune parti del corpo o per l’aspetto, ecc.)</li>
</ol>
<p>Le categorie relative alle <strong>compulsioni </strong>sono invece:</p>
<ol>
<li><em>compulsioni di pulizia/lavaggio</em> (eccessivo o ritualizzato lavaggio delle mani, fare la doccia, fare il bagno, lavarsi i denti, pettinarsi, pulirsi in generale; pulizia della casa o di altri oggetti inanimati, ecc.)</li>
<li><em>compulsioni di controllo</em> (serrature, stufe, ecc; che non sia avvenuto o non avverrà alcun danno a qualcuno o a se stessi; che non sia successo o non succederà nulla di terribile; che non si commetteranno errori, ecc.)</li>
<li><em>rituali ripetuti</em> (riscrivere o rileggere; necessità di ripetere attività di routine come entrare/uscire da una porta, sedersi/alzarsi da una sedia, ecc.)</li>
<li><em>compulsioni relative al contare</em> (contare mentalmente fino a un certo numero; contare  quanti elementi costituiscono qualcosa; pensare che certi numeri siano fortunati e quindi fare le cose contando fino a quel numero)</li>
<li><em>c</em><em>ompulsioni di riordino/ridisposizione</em> (sentire il bisogno di mettere in ordine le cose secondo precise disposizioni)</li>
<li><em>compulsioni di accaparramento/accumulo </em>(di posta, di vecchi giornali, di rifiuti, di oggetti inutili, ecc.; ciò va distinto dalla raccolta per hobby o di preoccupazione per oggetti di valore sentimentale o monetario);</li>
<li><em>compulsioni varie</em> (rituali mentali, che invece di essere agiti vengono fatti mentalmente; compilazione eccessiva di elenchi; necessità di dire, chiedere, confessare, ecc.)</li>
</ol>
<h2><em><strong>E’ possibile stare meglio?</strong></em></h2>
<p>Il disturbo ossessivo-compulsivo ha il potere di incidere molto negativamente sulla qualità di vita delle persone che ne soffrono. Per questo è importante cercare aiuto tempestivamente al fine di evitare il cronicizzarsi del disturbo.<br />
Qualora il disturbo ossessivo-compulsivo si presenti in modo invasivo e doloroso per la persona è opportuno chiedere aiuto a uno psicoterapeuta, visto il basso tasso di remissione spontanea di tale disturbo (ciò significa che molto difficilmente una volta instauratosi il DOC “passa da solo”).<br />
La <strong>psicoterapia cognitivo-comportamentale</strong> offre trattamenti efficaci e validati scientificamente. Obiettivo principale di tale psicoterapia è la riduzione delle ossessioni da un lato e delle compulsioni dall’altro, allo scopo di “liberare” la persona dai circoli viziosi cognitivi e comportamentali che la fanno stare male.<br />
In caso di situazioni particolarmente difficili è inoltre possibile ricorrere alla <strong>farmacoterapia</strong>, mirata alla diminuzione dei sintomi.<br />
L’impiego sinergico della psicoterapia cognitivo-comportamentale e della farmacoterapia è auspicato e garantisce una maggiore probabilità di efficacia del trattamento.</p>
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		<title>L&#8217;Assertività</title>
		<link>http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/2010/01/30/assertivita/</link>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 08:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federicapaterlini</dc:creator>
				<category><![CDATA[- L&#039;asserività]]></category>
		<category><![CDATA[aggressivo]]></category>
		<category><![CDATA[assertivo]]></category>
		<category><![CDATA[cambiare il proprio comportamento]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[migliori relazioni sociali]]></category>
		<category><![CDATA[passivo]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché parlare di assertività?? Questa parola può essere poco conosciuta ma possedere la capacità di essere assertivi, imparare ad avere questo tipo di atteggiamento verso gli altri, e verso se stessi, può agevolare molto nelle relazioni interpersonali. Una formazione su questo tema può essere utili in più ambiti: - CLINICO: per persone con scarse competenze [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=191&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché parlare di assertività??</p>
<p>Questa parola può essere poco conosciuta ma possedere la capacità di essere assertivi, imparare ad avere questo tipo di atteggiamento verso gli altri, e verso se stessi, può agevolare molto nelle relazioni interpersonali.</p>
<p>Una formazione su questo tema può essere utili in più ambiti:</p>
<p>- CLINICO: per persone con scarse competenze sociali o con difficoltà di socializzazione (ad es: a volte si fa il training assertivo con persone che presentano fobia sociale).</p>
<p>- GENERALE: viene attuata per aumentare le abilità relazionali già possedute e approfondire la conoscenza di sé.</p>
<p>- PROFESSIONALE: per aumentare abilità e competenze sociali nella gestione dei rapporti interpersonali in ambito professionale (abilità di relazione e comunicazione).</p>
<p>Essere assertivi sta in mezzo tra l’essere aggressivi e l’essere passivi. È una <strong>modalità di vita</strong> caratterizzata da un atteggiamento positivo verso se stessi e verso gli altri.</p>
<table cellspacing="0" cellpadding="0" align="left">
<tbody>
<tr>
<td width="15" height="12"> </td>
</tr>
<tr>
<td> </td>
<td> </td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p> </p>
<p><strong>PASSIVO                                          ASSERTIVO                                  AGGRESSIVO</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/coniglietto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-193" title="coniglietto" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/coniglietto.jpg?w=79&#038;h=70" alt="" width="79" height="70" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>COME DESCRIVEREMMO UN TIPO PASSIVO?</strong></p>
<p>Solitamente queste persone non riescono ad esprimere agli altri i propri sentimenti, bisogni ed idee, si negano il diritto di dire ciò che pensano. Spesso successivamente si criticano per non essere riusciti a dire ciò che volevano o a fare ciò che avrebbero desiderato. Può accadere che per questi motivi sperimentino anche rabbia, risentimento o delusione. Queste emozioni così forti possono anche portare la persona passiva/remissiva a manifestare comportamenti aggressivi più di una persona assertiva. Queste reazione sono anche più facilmente legate all’aumento della tensione e possono facilitare l’insorgere di ansia.</p>
<p><strong><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/leone.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-192" title="leone" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/leone.jpg?w=113&#038;h=112" alt="" width="113" height="112" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>COME DESCRIVEREMMO UN TIPO AGGRESSIVO??</strong></p>
<p>Alcune persone possono avere l’abitudine di rispondere impulsivamente in modo aggressivo. Spesso chi reagisce così ha la convinzione (disfunzionale) che gli altri siano scorretti. La persona aggrediva viola spesso i diritti altrui e può raggiungere i propri obiettivi a spese degli altri. Può accadere che siano imprevedibili, ostili, esplosivi e belligeranti o anche, alle volte, sulla difensiva e mettano in atto comportamenti disprezzanti il loro interlocutore.</p>
<p><strong><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/ok.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-194" title="ok" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/ok.jpg?w=115&#038;h=112" alt="" width="115" height="112" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>COME DESCRIVEREMMO UN TIPO ASSERTIVO??</strong></p>
<p>Il punto di partenza per un atteggiamento assertivo è l’<strong>amore per se stessi e per gli altri. </strong>Assertivo è chi realizza se stesso e chi riesce, nel contesto sociale, ad esprimere le proprie esigenze. Chi fa valere i propri diritti e opinioni e si dimostra competente a livello sociale <strong>rispettando i diritti delle persone con le quali interagisce. </strong>Solitamente riescono a raggiungere i loro diritti senza offendere gli altri, hanno una buona immagine e fiducia in sé. Sono inoltre in grado di esprimersi chiaramente e decidere per  sé assumendosi le proprie responsabilità.</p>
<p>Si arriva ad essere come si è grazie a caratteristiche personali/temperamentali unite all’apprendimento, nel corso del tempo, ad esempio molti imparano dai rapporti interpersonali con figure di riferimento come genitori, insegnanti o altre persone autorevoli. Quando un’abitudine di comportamento diviene una caratteristica della persona può essere difficile modificarla. Non è però impossibile.</p>
<p>Qui sotto sono riportati i diritti che ognuno di noi ha nelle relazioni con gli altri. Quando rispondiamo, interagiamo con qualcuno possiamo scegliere come comportarci…</p>
<p>È utile riflettere sui nostri diritti…ricordando sempre che non si tratta di obblighi, infatti, nelle relazioni interpersonali ognuno può decidere se attenersi a questi diritti oppure scegliere di attuare comportamenti diversi. Ricordare i diritti è utile quando si dovrebbe prendere una decisione su come agire nei rapporti con gli altri.</p>
<p><strong>DIRITTI ASSERTIVI</strong></p>
<ol>
<li>Hai il diritto di essere giudice solo dei tuoi comportamenti e dei tuoi pensieri e di assumertene la responsabilità</li>
<li>Hai il diritto di non giustificare il tuo comportamento con ragioni o scuse</li>
<li>Hai il diritto di decidere se occuparti dei problemi degli altri, ed essere responsabile degli altri</li>
<li>Hai il diritto di cambiare opinione e il tuo modo di pensare</li>
<li>Hai il diritto di sbagliare assumendoti la responsabilità di eventuali conseguenze negative</li>
<li>Hai il diritto di non farti coinvolgere dalla benevolenza che gli altri vi mostrano quando vi chiedono qualcosa</li>
<li>Hai il diritto di essere illogico nelle tue scelte</li>
<li>Hai il diritto di dire: “Non so” quando ti si chiede una competenza che non possiedi</li>
<li>Hai il diritto di dire: “Non capisco”</li>
<li>Hai il diritto di dire: ”Non mi interessa” quando gli altri ti vogliono coinvolgere nelle loro iniziative.</li>
</ol>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>DECIDERE DI REAGIRE NEI RAPPORTI INTERPERSONALI</strong></p>
<p>Se spesso ci capita di sentirci a disagio nei rapporti con gli altri (amici, colleghi, parenti fastidiosi…) conviene riflettere sulle nostre dinamiche di relazione.</p>
<p>Innanzitutto, sarebbe utile capire cosa passa per la testa. Ciò che pensiamo è funzionale (ovvero, ciò che pensiamo è realistico e utile per il raggiungimento dei nostri obiettivi)? Stiamo mettendo in atto una distorsione cognitiva?? Se fosse così sarebbe utile reagire diversamente al comportamento dell’altro.</p>
<p>Ad esempio: chiedi ad una collega di poterle parlare. Lei, senza nemmeno guardarti negli occhi ti risponde: “Non ora, sono occupatissima”. Una persona potrebbe pensare: “Ce l’ha con me”, “Non le piaccio”, “Non mi considera”. Sapendo che pensieri-emozioni e comportamenti sono tra di loro reciprocamente connessi, un pensiero di tale tipo porterebbe certamente ad emozioni negative come l’ansia, ad esempio., e questo potrebbe accadere ogni qual volta che entri in contatto con quella persona.</p>
<p>A fronte di un episodio simile può essere utile farsi delle domande per evitare di pensare in modo disfunzionale:</p>
<p>- Ci possono essere altre spiegazioni per cui la collega mi ha risposto senza guardarmi negli occhi?</p>
<p>- Fa così solo con me o anche con altri?</p>
<p>- Fa così sempre o si è anche comportata diversamente? In quali situazioni si è comportata in questo modo?</p>
<p>Successivamente occorrerà avere uno sguardo sui miei e sui suoi diritti per trovare una soluzione al problema di come riuscire a relazionarmi meglio con la mia collega, raggiungendo anche i miei obiettivi.</p>
<p><strong><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/ostacolo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-195" title="ostacolo" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/ostacolo.jpg?w=89&#038;h=103" alt="" width="89" height="103" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LE DIFFICOLTÁ NEL DIVENIRE ASSERTIVI</strong></p>
<p>Porsi di fronte all’eventualità di cambiare il nostro comportamento genera spesso un po’ di paura. La difficoltà sta anche nel fatto che, fino ad ora, si è stati abituati ad attuare un diverso comportamento.</p>
<p>Se si notano nel proprio comportamento degli aspetti che si vorrebbero modificare la prima cosa da fare è prendere consapevolmente la decisione di cambiare. Ciò significa fare un’operazione molto importante: valutare i vantaggi e gli svantaggi del cambiamento o del lasciare le cose come stanno.</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="326" valign="top">Vantaggi del continuare ad essere…..</td>
<td width="326" valign="top">Svantaggi del continuare ad essere…</td>
</tr>
<tr>
<td width="326" valign="top">…………………………………………………..</td>
<td width="326" valign="top">…………………………………………………………</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p> </p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="326" valign="top">Cosa guadagno divenendo più assertivo?</td>
<td width="326" valign="top">Cosa perdo nel divenire più assertivo?</td>
</tr>
<tr>
<td width="326" valign="top">………………………………………………………….</td>
<td width="326" valign="top">………………………………………………………..</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Occorrerà, per decidere se spostarsi verso un ipotetico cambiamento, capire se i vantaggi di cambiare superano gli svantaggi e prendere una decisione in merito…Quando si inizia a cambiare il proprio modo di essere è più utile iniziare con persone estranee, o meglio, poco conosciute perché è più facile. Le persone che ci conoscono hanno già un’immagine di noi e avranno bisogno di più tempo per abituarsi ad un cambiamento.</p>
<p>Oltre alla difficoltà del fare la scelta, possono esserci altri ostacoli nell’attuare la scelta del cambiamento:</p>
<p>- Il mito del buon amico: il pensiero che c’è dietro è…”Avrebbe dovuto sapere che non volevo…” oppure “Avrebbe dovuto capire perché ho fatto questa cosa”. La lettura della mente implica il fatto che si dia per scontato che persone a noi vicine dovrebbero sapere sempre come ci sentiamo. Il modo migliore per risolvere queste difficoltà è dire apertamente all’altro che cosa si considera importante senza sperare che ce lo legga nella mente.</p>
<p>- Il mito del dovere:&#8221;se un amico mi chiede un favore <strong>devo</strong> farglielo altrimenti non sarò un buon amico&#8221; oppure &#8220;Se chiedo un favore ad un amico, se è un buon amico, <strong>deve </strong>farmelo&#8221;. Pensando ciò non si è nella possibilità di scegliere, si pensa di non poter dire di no e ci si troverà in difficoltà nel chiedere aiuto.</p>
<p>Come sempre, questo è un breve riassunto di cosa può significare essere assertivi e cosa può voler dire cambiare questo modo di essere. Ci sarebbe molto altro da dire ma in questa sede mi limito a ciò. In caso di ulteriori curiosità scriveteci…</p>
<br />Filed under: <a href='http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/category/6-lassertivita-e-le-competenze-sociali/lasserivita-6-lassertivita-e-le-competenze-sociali/'>- L&#039;asserività</a> Tagged: <a href='http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/tag/aggressivo/'>aggressivo</a>, <a href='http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/tag/assertivo/'>assertivo</a>, <a href='http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/tag/cambiare-il-proprio-comportamento/'>cambiare il proprio comportamento</a>, <a href='http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/tag/diritti/'>diritti</a>, <a href='http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/tag/migliori-relazioni-sociali/'>migliori relazioni sociali</a>, <a href='http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/tag/passivo/'>passivo</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/191/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=191&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La fobia sociale</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 12:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federicapaterlini</dc:creator>
				<category><![CDATA[- La Fobia Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia da prestazione]]></category>
		<category><![CDATA[fobia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[paura del giudizio degli altri]]></category>
		<category><![CDATA[paura di parlare in pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[paura di sbagliare]]></category>
		<category><![CDATA[timidezza estrema]]></category>

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		<description><![CDATA[    “G. ha 19 anni e frequenta il primo anno di università. G. è sempre stato, fin dall’adolescenza, piuttosto riservato e con pochi amici. Da un anno ha iniziato l’università ma, nonostante i numerosi appelli d’esame che sono previsti nella sua facoltà non è mai riuscito a presentarsi a nemmeno un esame. I genitori [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=179&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>“G. ha 19 anni e frequenta il primo anno di università. G. è sempre stato, fin dall’adolescenza, piuttosto riservato e con pochi amici. Da un anno ha iniziato l’università ma, nonostante i numerosi appelli d’esame che sono previsti nella sua facoltà non è mai riuscito a presentarsi a nemmeno un esame. I genitori sono preoccupati perché vedono che studia molto (quasi otto ore al giorno), si prepara con attenzione e fino a venti giorni prima dell’esame di iscrive e dice che andrà..poi piano piano..mentre passano i giorni sente sempre più la paura di non essere abbastanza pronto, essere bocciato e deriso dai suoi compagni o sbeffeggiato dal docente, teme di dire cose sbagliate o di non riuscire a far uscire un filo di voce…”</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>“S. ha 35 anni ed è sposata. Lavora nell’attività commerciale del marito. Quando riceve i clienti S. diventa molto ansiosa. Accade anche quando il marito invita colleghi o amici a casa. Teme di poter fare qualcosa di sciocco, di non aver nulla da dire e che gli altri notino il suo disagio, la sua goffagine e il tremore delle sue mani. Da circa tre mesi a questa parte S. ha chiesto al marito di non invitare più nessuno a casa e di uscire lui lasciandola a casa in quanto dice di non sentirsi a suo agio. Le situazioni in cui si sente maggiormente a disagio sono: incontrare persone nuove, interagire con loro, firmare davanti ad altri. Solo con due coppie di amici di vecchia data riesce ancora ad uscire abbastanza serenamente o ad invitarli a casa. La signora definisce, da sempre, timida nel senso che è sempre stata in ansia quando doveva incontrare persone nuove perché si sentiva valutata.”</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;">La Fobia Sociale è un disturbo molto diffuso . Nel corso della vita ne soffrono dall’ 1,5 al 4,5% della popolazione. Nelle donne è leggermente più frequente rispetto agli uomini, che più spesso soffrono di disturbo evitante di personalità. Solitamente l’inizio è in adolescenza/prima età adulta. Spesso accade che le persone con questa difficoltà non cercano aiuto arrivando ad un decorso cronico.</p>
<p style="text-align:left;">Spesso è davvero invalidante per la persona, soprattutto perché a causa del loro disturbo preferiscono stare nascoste e non parlarne con nessuno.</p>
<p style="text-align:center;"><strong> </strong></p>
<p><strong><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/lente.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-180" title="lente" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/lente.jpg?w=126&#038;h=105" alt="" width="126" height="105" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>COS’È ????</strong></p>
<p>I manuali diagnostici (DSM IV-TR ed ICD 10) classificano la <strong>fobia sociale</strong> tra i <strong>disturbi d&#8217;ansia</strong>.</p>
<p>Ciò che caratterizza questo disturbo è la paura di essere osservati, giudicati o di essere al centro dell’attenzione altrui e trovarsi in situazioni sociali. Ciò che si teme è il <strong>giudizio negativo degli altri.</strong></p>
<p>Chi soffre di questo disturbo può temere che gli altri possano trovargli dei difetti o che possano considerarlo incompetente, ansioso, stupido, debole o addirittura “pazzo”. Questa paura può manifestarsi quando si parla con altre persone, quando si fa qualcosa mentre altri lo guardano (scrivere, mangiare, bere) o quando si deve parlare in pubblico o, semplicemente,  ci si trova tra altre persone con la possibilità di attirarne l’attenzione.<br />
Ad esempio: è possibile che provino timore di parlare in pubblico per la preoccupazione di dimenticare improvvisamente quello che devono dire o per la paura che gli altri notino il rossore del viso, il tremore delle mani o della voce, oppure perché potrebbero dire o fare qualcosa di sbagliato o imbarazzante, apparire goffo o avere un attacco di panico.</p>
<p>Queste persone cercano in tutti i modi <strong>evitare</strong> le situazioni che gli creano disagio oppure, se sono costrette, sopportano tali situazioni con un carico di disagio molto elevato.</p>
<p>Le situazioni che più facilmente sono temute:</p>
<p>- parlare in pubblico (fare un’esposizione, un discorso…)</p>
<p>- andare ad una festa</p>
<p>- scrivere/firmare davanti a qualcuno</p>
<p>- fare la fila</p>
<p>- usare il telefono davanti a qualcuno</p>
<p>- mangiare o bere in pubblico</p>
<p>- usare bagni o mezzi di trasporto pubblici</p>
<p>- alcuni temono anche di avere funzioni corporee imbarazzanti in momenti non opportuni (vomitare, ruttare, emettere flatulenze, perdere il controllo dell’intestino o della vescica).</p>
<p>I sintomi ansiosi nel maggior numero di casi sono quelli dovuti all’attivazione del sistema nervoso autonomo (risposta attacco-fuga):</p>
<ul>
<li>palpitazioni (79%)</li>
<li>tremori (75%)</li>
<li>sudori (74%)</li>
<li>tensione muscolare (64%)</li>
<li>nausea (63%)</li>
<li>secchezza delle fauci (61%)</li>
<li>vampate di calore (57%)</li>
<li>arrossamenti (51%)</li>
<li>mal di testa (46%)</li>
</ul>
<p>Alcuni hanno più paura delle situazioni in cui gli viene richiesta una performance, una prestazione, mentre altri temono, più in generale, le interazioni sociali.</p>
<p>Ricapitolando, per ora sappiamo che la fobia sociale è una paura eccessiva, angosciante e spesso invalidante delle situazioni sociali dovuta al timore di fare/dire qualcosa di imbarazzante, umiliante o che causi un giudizio negativo o un rifiuto da parte degli altri. Si manifesta con un’attivazione fisiologica importante e spesso, le situazioni che incutono timore vengono evitate dalla persona che prova tale paura.</p>
<p>Una ulteriore caratteristica del disturbo è l’ansia marcata che precede le situazioni temute, detta anche: <strong>ansia anticipatoria</strong>. Questo termine di riferisce al fatto che la persona inizia ad avere paura anche prima di affrontare una situazione sociale (per esempio andare ad una festa o andare ad una riunione di lavoro). La preoccupazione per l’evento inizia tempo prima dell’evento ed il più delle volte sale proporzionalmente all’avvicinarsi dell’evento stesso.<br />
Può accadere, per questo motivo, che si instauri un circolo vizioso: l&#8217;ansia anticipatoria, cioè più il soggetto si preoccupa della sua prestazione nella situazione temuta più aumentano i sintomi ansiosi (anche fisiologici) e maggiore è la probabilità che metta in atto effettivamente una prestazione scadente o percepita come tale, nelle situazioni temute. Esaminando la propria prestazione a posteriori la persona connoterà la performance in senso negativo, confermando la sua inabilità.</p>
<p>Come spesso accade anche in altri disturbi fobici, le persone che provano ansia in situazione  possono avere difficoltà, in quel momento, a riconoscerne l’irragionevolezza, mentre lontano dalle situazioni temute si rendono conto che le loro paure sono irragionevoli od  eccessive. Ciò spesso fa sentire la persona, ulteriormente, in colpa per le condotte evitanti.</p>
<p>I manuali diagnostici e l’esperienza clinica hanno condotto a discriminare tra due sottotipi di disturbo d’ansia sociale:</p>
<p><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/paura-di-parlare-in-pubblico.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-181" title="paura di parlare in pubblico" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/paura-di-parlare-in-pubblico.jpg?w=82&#038;h=97" alt="" width="82" height="97" /></a></p>
<p>- <strong>semplice o circoscritta: </strong>quando l’ansia e l’evitamento riguardano una sola situazione sociale (ad esempio: dare esami o parlare in pubblico…etc…)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>- </strong><strong>generalizzata: </strong> può essere usata quando le paure riguardano la maggior parte delle situazioni sociali (per es., iniziare o mantenere la conversazione, partecipare a piccoli gruppi, parlare a persone che occupano una posizione di autorità, partecipare a feste). Di solito sono temute sia le situazioni che comportano prestazioni pubbliche sia le situazioni che prevedono interazioni sociali.</p>
<p><strong>FOBIA SOCIALE-TIMIDEZZA-NORMALE ANSIA SOCIALE…</strong></p>
<p><strong>QUALE DIFFERENZA?</strong></p>
<p>Chi soffre di fobia sociale:</p>
<p>- comincia a preoccuparsi molto tempo prima</p>
<p>- sta sempre peggio prima della situazione</p>
<p>- la volta successiva può essere ancora più preoccupato (effetto del circolo vizioso che si autoalimenta).</p>
<p>Molte persone si definiscono “timide”. La timidezza potremmo definirla come un’eccessiva coscienza di se stessi, una forma piuttosto lieve di fobia sociale ma certamente meno invalidante rispetto all’ansia sociale. Spesso può essere presente in alcuni periodi dell’infanzia ed è molto comune in adolescenza, quando ci si inizia a preoccupare maggiormente del giudizio altrui. Nella maggior parte dei casi la timidezza tende a diminuire con il tempo, pur essendoci alcune situazioni sociali nelle quali può permanere un certo grado di ansia (parlare in pubblico, andare da soli ad incontri sociali in cui non si conosce nessuno).</p>
<p>Ciò che differisce maggiormente una persona che soffre di fobia sociale da chi non ne soffre è l’intensità e il tempo in cui si prova ansia anticipatoria (chi non soffre di ansia sociale inizierà a preoccuparsi solo poco prima della situazione stessa ed inoltre durante l’esecuzione l’ansia si ridurrà gradualmente e la volta successiva il livello di ansia potrebbe essere lievemente più basso rispetto all’attuale), inoltre l’ansia non è opprimente e non porta a produrre evita menti. L’ansia, in alcune situazioni, ad esempio pubbliche, come esporre una relazione ad una platea, viene considerata normale…purchè non venga malamente sopportata o non conduca ad evita menti.</p>
<p><strong><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/help.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-182" title="help" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2010/01/help.jpg?w=94&#038;h=96" alt="" width="94" height="96" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>È POSSIBILE FARE QUALCOSA?</strong></p>
<p>La <strong>psi</strong><strong>coterapia</strong> è riconosciuta come un trattamento fondamentale per la fobia sociale e studi mostrano che, come per altri disturbi dello spettro ansioso, il trattamento psicoterapeutico generalmente più efficace è quello <strong>cognitivo-comportamentale</strong>.</p>
<p>Tale trattamento si concentra sul trattamento diretto del sintomo e si preoccupa di lavorare per modificare i pensieri disfunzionali e, parallelamente, di offrire migliori capacità ed abilità per affrontare le situazioni temute.</p>
<p>Il lavoro può richiedere impegno da parte della persona anche perché il soggetto è considerato in modo attivo e anche il lavoro sui pensieri spesso necessita di esposizioni reali graduate e pianificate.</p>
<p>Nel trattamento può rientrare, secondo le caratteristiche della persona, una fase di insegnamento di abilità per la gestione delle situazioni sociali. Tali abilità possono prevedere sia tecniche di rilassamento per la gestione dell’ansia, sia tecniche per la gestione di interazioni verbali (training assertivo: gestione delle conversazioni, fare richieste ed esprimere i propri bisogni, imparare a dire di no quando se ne ha l&#8217;intenzione, gestire le critiche che vengono rivolte).</p>
<p>Tale trattamento può essere proposto in sedute individuali oppure in gruppo.</p>
<p>Una ulteriore possibilità è il <strong>trattamento farmacologico </strong>per la riduzione dei sintomi. Per questo tipo di trattamento è preferibile consultare un medico specialista in  psichiatria che valuti in modo coscienzioso la miglior terapia da intraprendere. Uno degli aspetti sottolineati da molteplici studi è che, nella maggioranza dei casi, i miglioramenti sintomatologici ottenuti tendono a perdersi con la sospensione del farmaco perciò spesso viene consigliato di intraprendere, parallelamente ad un trattamento farmacologico uno psicoterapico.</p>
<p>Mi rendo conto della non esaustività di queste parti che contengono iniziali informazioni. Se aveste bisogno di ulteriori approfondimenti, scriveteci, non appena sarà possibile proveremo a rispondere ai vostri dubbi.</p>
<br />Pubblicato in- La Fobia Sociale Tagged: ansia, ansia da prestazione, fobia sociale, paura del giudizio degli altri, paura di parlare in pubblico, paura di sbagliare, timidezza estrema <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/179/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=179&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Il disturbo depressivo</title>
		<link>http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/2009/12/31/il-disturbo-depressivo/</link>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 10:07:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federicapaterlini</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Il disturbo depressivo]]></category>
		<category><![CDATA[4 I Disturbi dell&#039;umore]]></category>
		<category><![CDATA[cognitivo comportamentale]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi dell'umore]]></category>
		<category><![CDATA[esaurimento nervoso]]></category>
		<category><![CDATA[tristezza]]></category>
		<category><![CDATA[umore basso]]></category>

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		<description><![CDATA[  “B. ha tre bambini e da dieci mesi è stata licenziata. Con il solo stipendio del marito la situazione finanziaria era precaria. La preoccupazione economica e i costanti fallimenti nella ricerca di un nuovo posto di lavoro hanno creato disaccordo anche tra B. ed il marito sia per la gestione economica sia per la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=165&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><em>“B. ha tre bambini e da dieci mesi è stata licenziata. Con il solo stipendio del marito la situazione finanziaria era precaria. La preoccupazione economica e i costanti fallimenti nella ricerca di un nuovo posto di lavoro hanno creato disaccordo anche tra B. ed il marito sia per la gestione economica sia per la cura dei figli. B. appare molto dimagrita, ha poco appetito e dorme poco (si sveglia prestissimo al mattino). Solitamente svolgeva molte attività mentre era a casa dal lavoro e i bambini erano a scuola, ora sembra avere le batterie scariche e nulla pare interessarle. Non riesce nemmeno più a guardare i suoi telefilm preferiti e non riesce più a svolgere le faccende domestiche (ciò ha portato ad ulteriori litigi con il marito). Il marito disse che la moglie non era mai stata così..perciò, insieme, decisero di prendere appuntamento da uno psicologo”</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Quante volte capita di sentire l’amico o il conoscente dire che qualcuno ha, o ha avuto, l’esaurimento nervoso? A me è capitato molte volte. Il termine per alcuni è intercambiabile con quello di nevrastenia.</p>
<p>Tali termini, frequentemente utilizzati nelle conversazioni quotidiane, in realtà non sono propriamente corretti. Per esaurimento nervoso, il senso comune, intende un insieme di situazioni patologiche o semi-patologiche come l&#8217;astenia, le cefalee, i disturbi del sonno ed i disturbi lievi dell&#8217;attenzione e dell&#8217;umore. In questo modo non è nemmeno chiaro se siamo nell’area della psicopatologia più vicino all’ansia o alla depressione. Il motivo per cui inserisco questo termine in questa sezione è che molti non addetti ai lavori lo usano per parlare dei disturbi dell’umore.</p>
<p>Questa sezione dovrà servire per descrivere uno tra i vari DISTURBI DELL’UMORE. Tale etichetta è molto ampia e comprende diversi disturbi che hanno tutti una caratteristica predominante, ovvero, la persona ha <em>alterazioni nell’umore</em>.</p>
<p>Il DSM IV-TR (Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, APA) inserisce in tale sezione varie tipologie di disturbo..qui brevemente riportate:</p>
<p>- Disturbi Depressivi (“depressione unipolare”, Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbo Distimico e Disturbo dell’Umore NAS),</p>
<p>- Disturbi Bipolari</p>
<p>- Disturbo dell’Umore Dovuto ad una Condizione Medica Generale</p>
<p>- Disturbo dell’Umore Indotto da Sostanze.</p>
<p>Questa parte serve per inquadrare l’area in cui ci muoviamo e slegarci da quelle etichette, forse un po’ confusive, del senso comune!</p>
<p style="text-align:center;">Ora..entriamo più nel dettaglio del DISTURBO DEPRESSIVO MAGGIORE..che è ciò che caratterizza anche la breve storia di B.</p>
<p style="text-align:center;">________________________________</p>
<p>A chi non è mai successo, nell’arco della vita, di sentirsi un po’ giù? Un problema di depressione può esserci se il senso di vuoto, di disperazione e tristezza sono l’umore più presente nell’arco delle giornate e queste sensazioni non accennano ad andarsene.</p>
<p>La tristezza temporanea che, a tutti, è capitato di vivere in alcuni momenti e situazioni si distingue dalla depressione anche perché in tale condizione risulta difficile affrontare la quotidianità, il lavoro, la vita che abbiamo sempre svolto. Ciò che faceva provare piacere ora non ha più effetto positivo sulla persona, anzi sembra quasi un dovere, un fastidio o una fatica. La vita quotidiana è compromessa come spesso affermano le persone che stanno sperimentando queste emozioni o come raccontano i loro familiari.</p>
<p>Per umore alterato in senso depressivo si intende:</p>
<p>- la persona si sente depressa, triste, senza speranza, scoraggiata o “giù di corda” o sente di aver perso interesse o piacere per quasi tutte le attività (ad esempio: se appassionati di calcio non vanno più a giocare o ad allenarsi..). Spesso lamentano di sentirsi “spenti”, di non avere sentimenti, o di sentirsi ansiosi, la presenza dell’umore depresso può essere dedotta dalla mimica e dal comportamento.  Nei bambini e negli adolescenti l’umore può essere irritabile anziché triste.</p>
<p>Oltre a ciò la persona presenta anche altri sintomi come:</p>
<p>- alterazioni dell’appetito o del peso (aumento o perdita di peso);</p>
<p>-del sonno;</p>
<p>-agitazione (per es., incapacità di stare seduti, passeggiare avanti e indietro, stropicciarsi le mani; oppure tirarsi o sfregarsi la pelle, i vestiti, o altri oggetti);</p>
<p>- o rallentamento (per es., eloquio, pensiero e movimenti del corpo rallentati; aumento delle pause prima di rispondere; eloquio caratterizzato da riduzione in volume, inflessioni, quantità, o varietà di contenuti, o mutacismo);</p>
<p>-meno energia per fare le cose di tutti i giorni (anche i più piccoli compiti possono richiedere una grande fatica, anche solo lavarsi o vestirsi al mattino);</p>
<p>-sentimenti di svalutazione o di colpa;</p>
<p>-difficoltà a pensare, concentrarsi o prendere decisioni;</p>
<p>-ricorrenti pensieri di morte o ideazione suicidaria, pianificazione o tentativi di suicidio.</p>
<p>Alcune persone enfatizzano lamentele somatiche anziché parlare di tristezza.</p>
<p>Il quadro qui descritto può essere presente con alcune delle manifestazioni indicate presenti per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, <strong>per almeno 2 settimane consecutive</strong>. Chi sperimenta tale situazione <strong>prova disagio nelle situazioni sociali, nel lavoro.</strong></p>
<p><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/12/campana.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-166" title="campana" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/12/campana.jpg?w=93&#038;h=69" alt="" width="93" height="69" /></a>L’alterazione dell’umore è un segnale, <strong>un campanello d’allarme,</strong> per andare a vedere se ci troviamo di fronte ad un disturbo dell’umore.</p>
<p>Un EPISODIO DEPRESSIVO si compone di una costellazione di sintomi COGNITIVI, COMPORTAMENTALI, SOMATICI ed AFFETTIVI che, se presenti, <strong>diminuiscono la capacità di funzionare della persona e la sua capacità di adattarsi alla vita sociale.</strong></p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td width="163" valign="top">Cognitivi</td>
<td width="163" valign="top">Comportamentali</td>
<td width="163" valign="top">Somatici</td>
<td width="163" valign="top">Affettivi</td>
</tr>
<tr>
<td width="163" valign="top">-visione negativa di sé (scarsa stima, senso di fallimento, inadeguatezza, inutilità e impotenza)</p>
<p>-visione negativa del mondo</p>
<p>- visione negativa del futuro (es: “le cose andranno sempre male”)</p>
<p>-distorsioni cognitive</p>
<p>-autoaccusa e autocritica (es: “la gente mi disprezzerebbe, conoscendomi”)</p>
<p>-ridotta capacità attentiva</p>
<p>-ridotta memoria</p>
<p>-pensieri di suicidio</td>
<td width="163" valign="top">-rallentamento</p>
<p>-agitazione</p>
<p>-mimica facciale che esprime sentimenti negativi</p>
<p>-eloquio rallentato nel ritmo</p>
<p>-trascuratezza personale (legata alla maggior faticabilità anche nelle pratiche di cura della persona)</td>
<td width="163" valign="top">- perdita di peso in assenza di diete</p>
<p>-riduzione del sonno (difficoltà ad addormentarsi /risvegli precoci)</p>
<p>-perdita dell’appetito</p>
<p>-lamentele di dolori (cefalee..)</p>
<p>-stanchezza</p>
<p>-fatica</td>
<td width="163" valign="top">- tristezza, sentirsi giù, solitudine, infelicità</p>
<p>-ansia, preoccupazione, paura, tensione</p>
<p>-rabbia, essere infuriato, irritazione, essere seccato</p>
<p>-provare vergogna, imbarazzo, sentirsi umiliato</p>
<p>-delusione</p>
<p>-gelosia, invidia</p>
<p>- sentirsi in colpa</p>
<p>- sentirsi ferito</p>
<p>- essere sospettoso</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Quelli che vedete sopra sono un elenco dei sintomi che si possono riscontrare in un EPISODIO DEPRESSIVO, in un DISTURBO DEPRESSIVO MAGGIORE o in un DISTURBO DISTIMICO.</p>
<p><strong>QUALI E QUANTI SINTOMI IN UN EPISODIO DEPRESSIVO????</strong></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td width="642"><strong>Cinque (o più)</strong> dei seguenti sintomi sono stati <strong>contemporaneamente presenti durante un periodo di 2 settimane </strong>e rappresentano un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento.Almeno uno dei sintomi è costituito da <strong>umore depresso</strong> per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto (per es., si sente triste o vuoto) o come osservato dagli altri (per es., appare lamentoso) o <strong>perdita di interesse o piacere</strong> per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (come riportato dal soggetto o come osservato dagli altri)<strong>.</strong></p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="100%">
<tbody>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top"> </td>
<td valign="top"> </td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong>Altri sintomi in aggiunta </strong>ad almeno uno dei due sopraesposti sono i sintomi COMPORTAMENTALI, COGNITIVI, AFFETTIVI e SOMATICI descritti in tabella.</p>
<p>La persona a causa di tale situazione prova disagio e ha <strong>impedimenti nel normale svolgimento delle azioni quotidiane.</strong></td>
<td width="14"> </td>
</tr>
<tr>
<td width="642" valign="top"><strong> </strong></p>
<p><strong><a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/12/orologio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-177" title="orologio" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/12/orologio.jpg?w=90&#038;h=88" alt="" width="90" height="88" /></a>E SE DURASSE PIÙ A LUNGO????</strong></p>
<p>Può capitare che l’umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, sia persistente per <strong>almeno 2 anni. </strong>Nei primi 2 anni di malattia, non sono stati riscontati periodi di assenza di depressione di durata superiore ai 2 mesi.Quando depressa la persona sperimenta <strong>2 o più sintomi tra</strong>:</p>
<table border="0" cellspacing="0" cellpadding="0" width="88%" align="left">
<tbody>
<tr>
<td width="20" valign="top">1)</td>
<td valign="top">scarso appetito o iperfagia (mangiare molto)</td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top">2)</td>
<td valign="top">insonnia o ipersonnia</td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top">3)</td>
<td valign="top">scarsa energia o astenia</td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top">4)</td>
<td valign="top">bassa autostima</td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top">5)</td>
<td valign="top">difficoltà di concentrazione o nel prendere decisioni</td>
</tr>
<tr>
<td width="20" valign="top">6)</td>
<td valign="top">sentimenti di disperazioneIn questo caso ci troviamo di fronte ad un <strong>EPISODIO DISTIMICO</strong> dove la differenza non sta tanto nei sintomi che il soggetto sperimenta ma soprattutto nella DURATA e nell’INTENSITÁ e QUANTITÁ  degli stessi (sono spesso meno intensi e numerosi rispetto al disturbo depressivo ma presenti da più tempo in modo continuativo).</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
<td width="14"> </td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p> </p>
<p>È innegabile che coloro che sperimentano alcuni dei sintomi sopra elencati (infatti non è necessario che siano presenti tutti contemporaneamente per sperimentare un episodio depressivo o un episodio distimico) soffrono, stanno male, a volte si sentono impotenti e non in grado di combattere perché spesso non basta solo la voglia di stare meglio per superare tali momenti.</p>
<p>  <a href="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/12/punto20interrogativo1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-169" title="punto%20interrogativo" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/12/punto20interrogativo1.jpg?w=152&#038;h=97" alt="" width="152" height="97" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>MA…È POSSIBILE FARE QUALCOSA?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Se pensate che alcune caratteristiche, in questo momento della vostra vita, si avvicinano a quelle indicate e sopra descritte sarebbe bene che vi rivolgeste ad uno specialista, psicologo o psichiatra, per farvi aiutare. Tutti noi possiamo avere momenti della vita più bui, dove tutto ci sembra particolarmente nero e in cui soffriamo molto. Nulla vieta in quei momenti in cui le nostre risorse non sono sufficienti di fare affidamento anche su altre persone o professionisti.</p>
<p>I nostri comportamenti sono strettamente legati ai nostri pensieri e alle nostre emozioni in una specie di circolo perciò occorre andare a spezzare questo circolo di visione negativa di sé, del mondo o del futuro per iniziare a vedere le cose in modo un po’ diverso. Il percorso non è facile ed occorre l’impegno, la collaborazione e lo sforzo attivo della persona che lavori con il suo terapeuta affinchè si raggiungano delle modificazioni in tale status.</p>
<p>La <strong>terapia COGNITIVO-COMPORTAMENTALE</strong> rappresenta il tipo di psicoterapia più utilizzato (Stuart e Thase, 1994). Tale psicoterapia è risultata efficace anche in anziani (Engels e Vermey, 1997), adolescenti (Reinecke et al, 1998) ed è stato dimostrato anche il mantenimento dei risultati nel tempo (Nietzel et al, 1987).</p>
<p>Non è escluso anche l’uso combinato di psicoterapia e farmaci, ancora oggi sono in corso studi per approfondire tale tema.</p>
<br />Pubblicato in- Il disturbo depressivo, 4 I Disturbi dell&#039;umore Tagged: cognitivo comportamentale, depressione, disturbi dell'umore, esaurimento nervoso, tristezza, umore basso <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/165/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=165&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 15:02:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenatorresan</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Il Binge Eating Disorder]]></category>
		<category><![CDATA[5 I disturbi alimentari]]></category>

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		<description><![CDATA[Michela ha 24 anni. Se le chiedi del passato, ti dirà che si ricorda di essere sempre stata un po’ cicciottella e, conseguentemente, a dieta. Le ha provate tutte. Molte diete hanno anche funzionato, per un po’, ma ogni volta che Michela sospendeva la dieta di turno, tutti i chili persi tornavano. E con gli [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=156&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><em>Michela ha 24 anni. Se le chiedi del passato, ti dirà che si ricorda di essere sempre stata un po’ cicciottella e, conseguentemente, a dieta. Le ha provate tutte. Molte diete hanno anche funzionato, per un po’, ma ogni volta che Michela sospendeva la dieta di turno, tutti i chili persi tornavano. E con gli interessi! Da un po’ di tempo a questa parte inoltre l’alimentazione le è completamente scappata di mano. Il cibo sembra non bastarle mai. Non riesce a far passare il tempo tra un pasto e l’altro senza sentire la necessità di mettere la testa nel frigo, o nella dispensa, per abbuffarsi con quello che trova. Il cibo è diventato un’ossessione, pensa al mangiare continuamente anche se, quando poi mangia, le sembra di averne perso il gusto e il piacere. Purtroppo, inoltre, il suo peso sta continuando ad aumentare.</em></p>
<p>Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI), o Binge Eating Disorder (BED) è una patologia che solo recentemente è balzata all’attenzione degli studiosi di disturbi del comportamento alimentare. Infatti nel DSM IV-TR (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali pubblicato dall’APA, l’American Psychiatric Association) compare soltanto all’interno della generica categoria dei Disturbi Alimentari Non Altrimenti Specificati, in quanto ai tempi della pubblicazione gli esperti non avevano ancora le idee ben chiare sulla natura di tale disturbo.</p>
<p>La pratica clinica evidenzia non solo che questo disturbo ha caratteristiche proprie che lo distinguono dagli altri problemi dell’alimentazione ma anche che la sua incidenza lo rende una patologia da non sottovalutare. La maggioranza dei dati epidemiologici sulla diffusione del  DAI nella popolazione italiana rivela un valore compreso tra lo 0.7% e il 4.6%. Considerando la fascia di popolazione a rischio per i DA (donne tra i 12 e i 25 anni di età) la percentuale sale al 6% (Todisco e Vinai, 2008). Percentuale che tende ulteriormente a salire nel caso di persone obese.</p>
<p><strong><em>Ma che cos’è il Disturbo da Alimentazione Incontrollata?</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Secondo il DSM IV-TR (APA; 2000) il DAI è caratterizzato da “episodi ricorrenti di abbuffata, senza l’utilizzo regolare degli inappropriati comportamenti compensatori”.</p>
<p>Una abbuffata è definita da due caratteristiche:</p>
<p>1)      Mangiare in un periodo definito di tempo (es. due ore, mezzora, etc.) una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso intervallo di tempo o in circostanze simili.</p>
<p>2)      Sensazione di perdita del controllo sull’alimentazione durante l’episodio (es. sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando).</p>
<p>Le abbuffate si associano ad almeno 3 dei seguenti sintomi:</p>
<p>1)      mangiare molto più rapidamente del normale;</p>
<p>2)      mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni;</p>
<p>3)      mangiare grandi quantitativi di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati;</p>
<p>4)      mangiare in solitudine perché ci si vergogna di quanto cibo si sta assumendo;</p>
<p>5)      provare disgusto verso di sé, depressione o senso di colpa dopo ogni episodio.</p>
<p>Le abbuffate avvengono, in media, almeno 2 giorni la settimana per un periodo di 6 mesi. E’ presente un marcato disagio nei confronti del proprio comportamento alimentare. Ma si tratta di una soglia arbitraria, non significa che chi ha abbuffate meno frequenti stia meno male. E’ infatti importante valutare piuttosto quanto le abbuffate interferiscano con la salute e la qualità di vita di una persona.</p>
<p>Gli episodi di abbuffata non si associano all’uso regolare di inappropriati comportamenti compensatori (es. vomito, lassativi, esercizio fisico esagerato).</p>
<p><strong><em>Ma se ogni tanto mi abbuffo significa che soffro di un disturbo alimentare?</em></strong></p>
<p>Quanto precedentemente illustrato vuole porre l’attenzione sul fatto che per poter parlare di disturbo da alimentazione incontrollata non è sufficiente avere sporadici episodi di iperalimentazione. Non basta cioè mangiare in modo esagerato in singole occasioni, anche se ripetute nel tempo. Solo nel momento in cui sono soddisfatti tutti i criteri è possibile parlare di DAI.</p>
<p>In particolare è fondamentale prestare attenzione alla relazione che si ha con il cibo e porsi alcune domande. Ho deciso io di mangiare così tanto (perché ne avevo voglia, perché mi faceva piacere, per golosità, etc.) oppure non ne ho potuto fare a meno perché a un certo punto ho perso il controllo? Come ho mangiato: assaporando i cibi e gustandomeli o trangugiando tutto senza quasi accorgermi di quello che stavo ingerendo? E dopo che ho mangiato, come mi sono sentito: appagato anche se effettivamente avrei potuto mangiare meno o schiacciato dal senso di colpa e dal disgusto verso quanto appena fatto?</p>
<p>Solo valutando attentamente le risposte a queste domande è possibile giungere a una corretta valutazione del problema.</p>
<p><strong><em>Perché alcune persone si abbuffano?</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il DAI, come gli altri disturbi dell’alimentazione e come la quasi totalità dei disturbi mentali, è ritenuto una patologia a genesi multifattoriale. Che cosa significa? Significa che per sviluppare questo disturbo è necessario che ci sia una molteplicità di cause tutte contemporaneamente presenti nell’esistenza di una persona, interne o esterne, e che solo dall’interazione tra queste differenti variabili può nascere il disturbo. Avremo dei fattori che predispongono al disturbo (genetici, neuroendocrini, psicologici, sociali), altri che lo scatenano (es. diete, situazioni di stress o di difficoltà) e, infine, altri che una volta instaurato lo mantengono. In mancanza di un modello in grado di comprendere tutte le variabili coinvolte nello sviluppo di tale disturbo, molte sono le teorie proposte dagli studiosi. E’ possibile individuare due grandi filoni di pensiero: le teorie della restrizione alimentare e i modelli della spinta emotiva.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"><em>1) </em><em>Teoria della restrizione alimentare</em></span></p>
<p>Secondo il MODELLO DELLA RESTRIZIONE ALIMENTARE le abbuffate sarebbero la diretta conseguenza di una dieta. Diversi studi evidenziano come le abbuffate si verifichino nella maggior parte dei casi durante i periodi di dieta ferrea<a href="#_ftn1">[1]</a> o in conseguenza di tale periodi. Uno dei possibili meccanismi attraverso cui la dieta ferrea porta alle abbuffate è quello legato alle alterazioni della fame e della sazietà. Le diete portano a un aumento della fame e dell’appetito nei confronti dei carboidrati in particolari e a un’alterazione alterata della sazietà. Ciò favorisce l’assunzione di elevate quantità di cibo.</p>
<p><em><span style="text-decoration:underline;">L’organismo lotta contro le diete</span></em></p>
<p><em>a) </em><em>Riduce il consumo di energia: si abbassa il metabolismo</em></p>
<p>Più scarse sono le quantità di cibo e le calorie che forniamo al nostro organismo, più esso si “adatta” risparmiando energia, cioè consumando sempre meno calorie. Questo meccanismo è stato selezionato dall’evoluzione in quanto è molto utile se ci troviamo in mancanza di cibo, come in una carestia, ma non lo è se iniziamo una dieta dimagrante: esso fa sì che perdiamo peso sempre più lentamente. Il corpo consuma sempre meno energia anche per un&#8217;altra ragione: con la dieta non perdiamo solo grasso, ma anche una quota considerevole di massa muscolare. Meno muscolo si ha, meno energia si consuma.</p>
<p><em>b) </em><em>Altera i meccanismi di fame e sazietà, spingendo la persona a mangiare</em></p>
<p>La ricerca ha dimostrato che quando seguiamo una dieta si modificano nel nostro corpo i livelli di alcune sostanze che incidono sugli stimoli di fame e sazietà. In particolare, aumentano le sostanze che stimolano il senso di fame e diminuiscono quelle che inducono un senso di sazietà.</p>
<p>c) <em>Fenomeno della disinibizione</em></p>
<p>Capita che, una volta cominciato a mangiare, non ci si riesca più a fermare, si perda il controllo. L’organismo cerca di recuperare le calorie perdute spingendoci a mangiar eil più possibile.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"><em>2) </em><em>Modelli della spinta emotiva</em></span></p>
<p>Non tutte le abbuffate però dipendono da una dieta, in alcuni casi i loro antecedenti non sono legati a stimoli di fame o appetito ma a stati emotivi.</p>
<p>A questo proposito sono stati proposti diversi processi che potrebbero spiegare il legame tra abbuffate e emozioni negative.</p>
<p><em>a) </em><em>Teoria dello scambio</em></p>
<p>Secondo tale teoria le abbuffate sono un modo per sostituire uno stato emotivo negativo insopportabile (es. depressione) con un altro meno intollerabile (es. il senso di colpa a seguito dell’abbuffata).</p>
<p><em>b) </em><em>Modello della fuga dall’autoconsapevolezza</em></p>
<p>L’abbuffata diventa in questo modello un modo per concentrare l’attenzione della persona su uno stimolo preciso (es. il cibo) e distrarla così dall’emozione negativa presente.</p>
<p><em>c) </em><em>Modello del blocco emotivo</em></p>
<p>Secondo cui le abbuffate servirebbero ad allontanare l’attenzione dell’individuo da stati emotivi intollerabili. A differenza del precedente modello la persona non viene distratta dal cibo, ma il cibo stesso assume la capacità di bloccare le emozioni negative, provocando un momentaneo effetto di sollievo.</p>
<p><em>d) </em><em>Teoria del mascheramento</em></p>
<p>Le abbuffate in questo caso hanno il compito di mascherare i veri motivi di sofferenza dell’individuo, che può così permettersi di giustificare il proprio malessere come conseguenza del comportamento alimentare e non delle vere motivazioni.</p>
<p>La gestione delle emozioni attraverso le abbuffate crea, insieme alla scelta di fare una dieta, un potente circolo vizioso. Le abbuffate, qualunque sia il meccanismo che le innesca, danno luogo a emozioni negative che a loro volta possono portare a nuove abbuffate.</p>
<table style="height:253px;" cellspacing="0" cellpadding="0" width="4" align="left">
<tbody>
<tr>
<td width="424" height="235"></td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<table style="height:104px;" cellspacing="0" cellpadding="0" width="5" align="left">
<tbody>
<tr>
<td width="342" height="109"></td>
</tr>
<tr>
<td></td>
<td></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<hr size="1" /><a href="#_ftnref1">[1]</a> Modalità di dieta ferrea: 1) saltare i pasti; 2) ridurre drasticamente le porzioni; 3) eliminare certi cibi</p>
<br />Pubblicato in- Il Binge Eating Disorder, 5 I disturbi alimentari  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/156/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=156&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Le distorsioni cognitive</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 10:02:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenatorresan</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Le distorsioni cognitive]]></category>
		<category><![CDATA[8 Le cognizioni]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[Beck]]></category>
		<category><![CDATA[cognizioni]]></category>
		<category><![CDATA[distorsioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ellis]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Una piccola grande rivoluzione nel panorama della psicologia è stata quella ad opera di due psicologi, Albert Ellis e Aaron Beck, i quali con modalità differenti sono giunti alle medesime conclusioni: il nostro modo di pensare influenza la nostre emozioni. Non è il fatto che ci sia il sole o che sia nuvoloso a fare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=142&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una piccola grande rivoluzione nel panorama della psicologia è stata quella ad opera di due psicologi, <strong>Albert Ellis</strong> e <strong>Aaron Beck</strong>, i quali con modalità differenti sono giunti alle medesime conclusioni: il nostro modo di pensare influenza la nostre emozioni. Non è il fatto che ci sia il sole o che sia nuvoloso a fare di una giornata una bella giornata, ma il significato che il sole o le nuvole hanno per noi.</p>
<p>In particolare questi autori hanno messo in luce come nell’indirizzare i nostri pensieri agiscano veri e propri errori formali di ragionamento: errori logici.</p>
<p>Il nostro cervello non è fatto per seguire sempre la logica nel trarre conclusioni, anzi, ma questo non è necessariamente un male. L’agire in modo impulsivo, senza troppi ragionamenti logici, spesso è infatti alla base di meccanismi importanti di sopravvivenza.</p>
<p>Le distorsioni cognitive, ossia le modalità di ragionamento che non seguono la logica, sono per tutti noi all’ordine del giorno: senza rendercene conto, le usiamo spessissimo. A volte sono utili, molte volte però ci fanno stare peggio, portandoci ad una interpretazione degli eventi negativa e a conseguenti emozioni negative.</p>
<p>Beck e Ellis ne hanno individuate alcune.</p>
<p><strong>INFERENZA ARBITRARIA</strong>: trarre conclusioni in mancanza di evidenze sufficienti</p>
<p>Esempio. Incontriamo una persona che non vediamo da un po’, la vediamo avvicinarsi dall’altra parte della strada ma non ci saluta. Pensiamo: E’ la solita antipatica, ha fatto finta di vedermi. Ma non abbiamo prove per ritenere che ci abbia effettivamente visto, potrebbe essere stata sovrappensiero e non averci notato.</p>
<p><strong>ASTRAZIONE SELETTIVA</strong>: concentrare l’attenzione su aspetti particolari della situazione in esame, tralasciandone altri.</p>
<p>Un esempio. Organizziamo una cena, tutto va come dovrebbe tranne il dolce, che non è lievitato abbastanza. Pensiamo: Accidenti, la cena è andata da schifo. Ma solo il dolce non era come volevamo, il resto è andato bene!</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>ECCESSIVA GENERALIZZAZIONE</strong>: adattare conclusioni derivate da eventi isolati a svariate situazioni.</p>
<p>Un esempio tipico di eccessiva generalizzazione sono gli stereotipi. Con uno stereotipo attribuiamo a un’intera categoria di persone delle caratteristiche senza verificarle. “I tedeschi (tutti i tedeschi) sono precisi.” “I genovesi (tutti i genovesi) sono tirchi.” Ma esistono tedeschi disordinati e genovesi generosi!</p>
<p><strong>INGIGANTIRE/MINIMIZZARE</strong>: esaltare o ridurre l’importanza di eventi e situazioni. Minimizzare è un processo simile a quello della svalutazione in cui le esperienze positive non vengono considerate in quanto prive di valore. In genere si ingigantiscono gli aspetti negativi e si minimizzano quelli positivi. Accade quasi sempre così che vengano ingigantite le critiche (possono essere vissute molto male, con un eccessivo senso di colpa per aver sbagliato) e che vengano minimizzati i complimenti (alzi la mano chi non ha mai minimizzato almeno una volta un complimento ricevuto! Frasi tipiche: “Me l’ha detto perché voleva essere gentile.” “Sì, ma mica lo pensa davvero.” “Grazia ma non me lo merito.”)</p>
<p><strong>PERSONALIZZAZIONE</strong>: interpretare eventi esterni in relazione alla propria persona, in mancanza di evidenze plausibili.</p>
<p>Quante volte ad esempio ci siamo sentiti in colpa perché è successo qualcosa di brutto, anche se non è stata oggettivamente colpa nostra? Ogni volta si pensa: Eh, se avessi fatto, se avessi detto, magari quella cosa non sarebbe successa…</p>
<p><strong>LETTURA DEL PENSIERO</strong>: essere convinti che le persone abbiano determinati pensieri o provino determinate emozioni in assenza di prove (Altra distorsione molto frequente. Vorrei che mio marito/il mio fidanzato facesse quella cosa per me. E penso: se mi ama SAPRA’ che io me lo aspetto…ma molte volte le persone anche se ci vogliono bene semplicemente ignorano i nostri pensieri, e non sanno quelli che sono i nostri desideri finché non glieli diciamo).</p>
<p><strong>PENSIERO DICOTOMICO</strong>: collocare le esperienze in una o due categorie opposte.</p>
<p>Quante volte nella nostra vita ci è capitato di ignorare l’esistenza del grigio, e di vedere solo il bianco e il nero? Il pensiero dicotomico può essere riferito a come noi vorremmo essere (O sono perfettamente magra come penso di dover essere o faccio schifo), a qualcosa che noi facciamo (O prendo 30 all’esame oppure tanto vale rifiutare il voto.),  alle persone che ci sono care (Mio marito o mi ama completamente oppure non ha senso stare insieme) o infine possono anche essere riferite al mondo che ci circonda (O una cosa è giusta o non lo è). Il pensiero dicotomico divide il mondo in due, semplificandone la complessità e eliminando le sfumature. Questo porta a modalità di pensiero molto rigide.</p>
<p><strong>DOVERIZZAZIONI</strong>: consistono nel dire a se stessi che si dovrebbe fare (o si dovrebbe avere fatto) qualcosa, quando è più esatto dire che si preferirebbe fare o si avrebbe preferito avere fatto quel qualcosa.</p>
<p>Colleghe strette del pensiero dicotomico, le doverizzazioni si manifestano con affermazioni e pensieri del tipo: “Devo essere il più bravo a scuola.” “Devo essere una mamma perfetta.” “Non mi è consentito sbagliare, devo fare tutto in modo perfetto.”</p>
<p><strong>PENSIERO CATASTROFICO</strong>: pensare di sapere che cosa preserva il futuro, ignorando altre possibilità.</p>
<p>Capita di pensare che è inutile provare a fare quella cosa, che tanto tutto andrà male e non ci sarà modo di uscirne. A volte la situazione è davvero grave, ma a volte no, e in ogni caso pensieri di questo tipo non aiutano ad affrontarla nel modo ottimale.</p>
<p><strong>RAGIONAMENTO EMOZIONALE</strong>: credere che qualcosa debba essere vero perché viene percepito come tale.</p>
<p>A volte le emozioni ci guidano, senza che ce ne rendiamo conto e ci comportiamo di conseguenza e ad esempio il fatto di provare ansia viene visto come prova del fatto che c’è effettivamente bisogno di preoccuparsi.</p>
<br />Pubblicato in- Le distorsioni cognitive, 8 Le cognizioni Tagged: ansia, Beck, cognizioni, distorsioni, Ellis, emozioni <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/142/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=142&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Che cos&#8217;è l&#8217;ansia?</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 09:46:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenatorresan</dc:creator>
				<category><![CDATA[- Che cos&#039;è l&#039;ansia?]]></category>
		<category><![CDATA[3 Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansiogeno]]></category>
		<category><![CDATA[ansiolitico]]></category>
		<category><![CDATA[ansioso]]></category>

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		<description><![CDATA[CHE COS’E’ L’ANSIA? La parola ANSIA fa parte, insieme a tutti i suoi derivati (ansioso, ansiogeno, ansiolitico, ecc.) del vocabolario informale utilizzato nella vita quotidiana di tutti. Non solo, a ben pensarci tali termini vengono impiegati giorno dopo giorno non solo da tutti ma con una frequenza quasi sorprendente. Questo perché tutti nella vita abbiamo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=127&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>CHE COS’E’ L’ANSIA?</strong></p>
<p>La parola ANSIA fa parte, insieme a tutti i suoi derivati (ansioso, ansiogeno, ansiolitico, ecc.) del vocabolario informale utilizzato nella vita quotidiana di tutti. Non solo, a ben pensarci tali termini vengono impiegati giorno dopo giorno non solo da tutti ma con una frequenza quasi sorprendente. Questo perché tutti nella vita abbiamo più o meno consapevolmente provato ansia. Attualmente però l’uso del termine ansia viene impiegato in una gamma di situazioni talmente vasta che finisce per indicare cose molto distanti tra di loro. L’uso ampio e vario del termine ansia spesso crea confusione.</p>
<p><em>Ma che cos’è quindi l’ansia? Come fare a riconoscerla? </em></p>
<p>L’ansia viene definita dal DMS (APA, 1994) come</p>
<p><em>“Anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro”</em>.</p>
<p>Secondo questa definizione quindi l’ansia è quello che succede alla nostra persona quando ci aspettiamo che accada qualcosa di potenzialmente negativo. Il nostro organismo si prepara a tale evento.</p>
<p>E che cos’è che succede alla nostra persona in quei momenti, nei momenti di “ansia”?</p>
<p>Quello che ci succede è suddivisibile in 3 categorie: quello che sento, quello che penso e quello che faccio.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;">Quello che sento</span></em></strong></p>
<p>Si tratta dei processi fisiologici che l’organismo umano mette in atto in maniera automatica. Quello più noti sono i seguenti:</p>
<p>-  Aumento del ritmo respiratorio (che porta a un senso di affanno e di soffocamento)</p>
<p>-  Aumento del ritmo cardiaco (il “cardiopalma”, ossia la tachicardia, il sentirsi il cuore in gola)</p>
<p>-  Aumento della temperatura corporea (si sente caldo, si suda freddo)</p>
<p>-  Aumento della sudorazione (le mani diventano sudaticce, si sente di sudare)</p>
<p>Esistono altre risposte fisiologiche meno universalmente comuni ma frequenti quali ad esempio l’attivazione circolatoria del volto che porta a rossore e il tremore (alle mani, della voce…).</p>
<p>Prendiamo un esempio tipico di situazione ansiogena. A tutti prima o poi è capitato di dover sostenere un esame o una verifica di qualsiasi tipo: concentrate l’attenzione sull’ultimo esame che avete dovuto sostenere. Quali di queste risposte fisiologiche vi sono capitate? Sono state spiacevoli?</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;">Quello che penso</span></em></strong></p>
<p>Le risposte fisiologiche viste nel paragrafo precedente sono sempre accompagnate da una catena di pensieri. Solo parte di tali pensieri è controllata consapevolmente, il resto compare in modo automatico nella nostra mente. Al contrario dei processi fisiologici, che è stato possibile studiare  in generale per tutti gli individui, i processi cognitivi sono specifici di ogni persona. Quello che pensiamo in una situazione di ansia dipende da una molteplicità di fattori tra cui la nostra storia personale e familiare, l’ambiente di vita in cui viviamo, quello che per noi è importante nella vita, le preoccupazioni che abbiamo giorno dopo giorno, eventuali pensieri ricorrenti che sbucano nella nostra testa anche in altre situazioni.</p>
<p>Beck (1987), uno dei fondatori della psicologia cognitiva, ha però individuato alcune modalità di pensiero che risultano problematiche non tanto per il loro contenuto quanto per la loro forma. In particolare Beck parla di distorsioni cognitive quando i nostri pensieri sono “scorretti” dal punto di vista logico. Ad esempio forse a qualcuno di voi sarà capitato di avere un piccolo incidente. C’è chi anche di fronte a piccoli incidenti reagisce pensando cose tipo: “O mamma che tragedia, ora come faremo? Non riusciremo a risolvere la situazione.” Tali pensieri secondo Beck sono scorretti dal punto di vista logico poiché non abbiamo prove tangibili per arrivare a una tale conclusione. Inoltre trattandosi di un piccolo incidente, è più probabile invece che si tratti di qualcosa di facile soluzione. (Per un approfondimento sulle distorsioni cognitive, <a href="http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/2009/05/27/le-distorsioni-cognitive/">cliccare qui</a>.)</p>
<p>Quello che pensiamo è molto importante poiché a il  tipo di pensiero che facciamo ci porta ad affrontare le situazioni in un modo piuttosto che nel loro contrario. La persona dell’esempio di prima difficilmente si metterà subito al lavoro per risolvere il problema, tutta presa com’è dalle sue preoccupazioni. Un pensiero meno catastrofico la potrebbe certamente aiutare a mettere in atto comportamenti più costruttivi.</p>
<p>Considerate nuovamente l’esame di prima: che cosa avete pensato negli istanti che lo avevano preceduto? I pensieri che avete fatto vi hanno aiutato ad affrontare l’esame o vi sono stati di ostacolo?</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;">Quello che faccio</span></em></strong></p>
<p>Ecco, siete di fronte al pericolo temuto. Il sistema nervoso autonomo si è attivato, avete la testa piena di pensieri anticipatori su quanto sta per accadere: che cosa fate? Di fronte a un pericolo, non sono molte le alternative. Possiamo affrontarlo o possiamo fuggire. Gli inglesi parlano di risposta fight or flight (combatti o scappa). In entrambi i casi, sia che decidiamo di affrontare quello che temiamo sia che si opti per la fuga (tecnicamente si parla di risposta di fuga o evitamento) l’ansia diminuisce.</p>
<p>Ma che cosa significa in pratica evitare gli stimoli ansiogeni? Evitare le cose che ci procurano ansia è qualcosa che quotidianamente accade molto spesso, più di quanto di creda. Evitamenti frequenti sono ad esempio: rimandare una telefonata scomoda, procrastinare impegni fastidiosi,  allontanarsi non appena si intravede un animale temuto (es. topi, ragni, cani), cercare di non pensare a un problema che invece andrebbe risolto, ecc.</p>
<p>Ripensate un’ultima volta all’esame. Come vi siete sentiti una volta che avete iniziato a farlo? L’ansia è diminuita man mano che procedevate?</p>
<p><strong><span style="text-decoration:underline;"><em>Ma l’ansia è buona o cattiva?</em></span></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Nel vocabolario italiano la parola ansia ha un’accezione negativa. L’ansia nel senso comune è qualcosa di spiacevole che se potessimo elimineremmo dalla faccia della terra. C’è però chi sostiene che l’ansia è positiva in quanto aiuta ad affrontare certe situazioni ad esempio aumentando la concentrazione.</p>
<p><span style="text-decoration:underline;"><strong><em>Chi ha ragione?</em></strong></span></p>
<p style="text-align:left;">A sciogliere il dilemma viene in nostro aiuto una legge matematica scoperta da due scienziati nel 1908,  Robert M. Yerkes e John Dilligham Dodson: la Legge di Yerkes-Dodson. Questa legge chiarisce il rapporto tra livello di ansia e prestazione effettuata. In pratica ci dice quanta ansia dovremmo avere per ottenere una prestazione ottimale. Quello che è emerso dagli studi di Yerkes e Dodson è che l’ansia è effettivamente utile a livelli moderati. In pratica, non deve essere troppa né però deve essere completamente assente. A livello matematico questo concetto viene espresso dalla curva rappresentata nel grafico. Sulla linea delle ascisse abbiamo il livello di ansia, sulla linea delle ordinate la qualità della performance. Come viene evidenziato dal grafico stesso, i livelli più alti di performance si hanno con un livello di ansia medio.<br />
<a href="http://img29.imageshack.us/my.php?image=yerkesdodsonlawgraph.png"><img class="aligncenter" src="http://img29.imageshack.us/img29/2185/yerkesdodsonlawgraph.png" border="0" alt="Image Hosted by ImageShack.us" /></a></p>
<br />Pubblicato in- Che cos&#039;è l&#039;ansia?, 3 Ansia Tagged: ansia, ansiogeno, ansiolitico, ansioso <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/127/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=127&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Le fobie specifiche</title>
		<link>http://psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/2009/05/02/fobia-specifica/</link>
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		<pubDate>Sat, 02 May 2009 06:53:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>federicapaterlini</dc:creator>
				<category><![CDATA[-Fobia Specifica]]></category>
		<category><![CDATA[3 Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[disagio]]></category>
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		<category><![CDATA[timore]]></category>

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		<description><![CDATA[“Stefania ha 30 anni e da poco, finalmente, è andata a vivere con Paolo. Lei ha sempre abitato in città, in pieno centro. I due si dovuti trasferire in campagna per questioni lavorative perché Paolo potesse essere vicino al suo lavoro (Paolo fa l’allevatore perciò deve stare vicino alle stalle perché deve essere sempre nei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=112&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Stefania ha 30 anni e da poco, finalmente, è andata a vivere con Paolo. Lei ha sempre abitato in città, in pieno centro. I due si dovuti trasferire in campagna per questioni lavorative perché Paolo potesse essere vicino al suo lavoro (Paolo fa l’allevatore perciò deve stare vicino alle stalle perché deve essere sempre nei pressi dei suoi animali). Stefania ha sempre avuto –terrore- ,come dice lei, delle lucertole. Da quando vive in campagna arriva sempre tardi al lavoro, a volte non ci va nemmeno. Quando è a casa passa la maggior parte del tempo in casa e non esce se non accompagnata da Paolo che possa, all’occorrenza, scacciare dalla vista e dalla presenza di Stefania, le tanto temute lucertole! -Questa non è vita- dice Stefania, che ora ha anche problemi lavorativi con i superiori e i colleghi a causa dei suoi ritardi e assenze, d’altra parte non può nemmeno cambiare abitazione…”</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Quanto sopra riportato è un esempio di cosa può significare avere una fobia…ma possono essere milioni le storie diverse che raccontano la stessa fatica di confrontarsi con certi stimoli o situazioni. La fobia specifiche è inserita nella sezione dei Disturbi d’Ansia del DSM IV-TR (il più recente manuale di riferimento APA per la classificazione dei disturbi mentali).</p>
<p>Chi di noi può dire di non aver mai sperimentato ansia? L’ansia non è qualcosa di anormale o di per sé nocivo e disfunzionale (inutile per l’individuo e la sua sopravvivenza).</p>
<p>Quando una persona <strong>percepisce</strong> <strong>una situazione come <em>soggettivamente pericolosa</em>  </strong>si ha una attivazione dell’organismo. Questa viene denominata ANSIA e si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente oltre a diversificati fenomeni neurovegetativi come, ad esempio, aumento del battito cardiaco, sudorazione, vertigini, aumento della frequenza del respiro. La persona, pensando di essere in una situazione di pericolo necessita della massima disponibilità di energie, anche muscolari, per poter rispondere al pericolo o per poter scappare o per attaccare e aumentando le probabilità di sopravvivenza. Questo concetto di funzionalità dell’ansia per la sopravvivenza dell’individuo non è valido quando l’ansia è molto alta, sproporzionata alle situazioni. Questa ansia eccessiva può rendere la persona incapace di affrontare le situazioni.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;"><img class="alignleft size-full wp-image-114" title="ansia" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/05/ansia.jpg?w=109&#038;h=115" alt="ansia" width="109" height="115" />Cosa caratterizza le fobie?</span></em></strong></p>
<p>Si prova paura, marcata e persistente per qualche stimolo (ad esempio: cane, lucertola..) o situazioni circoscritte (ad esempio: ascensori, metropolitane..).</p>
<p>- è sproporzionata rispetto al reale pericolo</p>
<p style="text-align:left;">- è irragionevole e la persona è consapevole “dell’insesatezza” del suo timore, pur non riuscendo a controllare questo stato con razionalità, dimostrazioni..</p>
<p>La forte paura che si prova porta le persone ad <strong><em>evitare </em></strong>gli oggetti e/o le situazioni temute e tutto ciò che il soggetto percepisce come ad esse collegate.</p>
<p>Occorre ricordare che è possibile parlare di fobia specifica quando l’individuo prova un <strong>disagio significativo</strong> per la situazione o per le conseguenze che gli evitamenti che mette in atto generano in sfere importanti della sua vita (lavoro, socialità).</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-113" title="fuga" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/05/fuga.jpg?w=150&#038;h=116" alt="fuga" width="150" height="116" />Evitare: utile o dannoso?</span></em></strong></p>
<p>Se riflettiamo su ciò che accade quando temiamo qualcosa..già riusciamo a darci una risposta. Quando si teme una situazione si tende a scappare da essa. Una volta che ci si è allontanati..la paura, l’ansia (sia in termini di sensazioni fisiche sia di pensieri) decrescono.Quindi sembrerebbe utile..</p>
<p>In realtà è un’illusione…sul momento l’ansia si riduce (“quando me ne vado dalla situazione..mi sento subito meglio!”) ma il semplice fatto di aver evitato la situazione conferma alla persona che la situazione/l’oggetto è pericoloso portando all’innesco di una spirale negativa che porta l’ansia per la situazione/oggetto ad aumentare e ad aumentare anche gli evitamenti. Evitare è un fattore che porta a mantenere il problema nel tempo.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;">Fobie..una o tante??</span></em></strong></p>
<p>Le fobie vengono suddivise sulla base di una classificazione per tipologie:</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-115" title="cane" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/05/cane.jpg?w=78&#038;h=54" alt="cane" width="78" height="54" />- <strong>Animali:</strong> ad esempio degli uccello o piccioni (ornitofobia), degli insetti, dei cani (cinofobia), dei topi, dei gatti (ailurofobia), dei ragni (aracnofobia).<img class="alignright size-full wp-image-116" title="burrone" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/05/burrone.jpg?w=84&#038;h=59" alt="burrone" width="84" height="59" /></p>
<p style="text-align:right;">- <strong>Ambiente naturale: </strong>delle altezze (acrofobia), del buio, dei temporali.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-118" title="siringa" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/05/siringa.jpg?w=97&#038;h=53" alt="siringa" width="97" height="53" />- <strong>Sangue-ferite-iniezioni:</strong> paura provocata dalla vista del sangue o da altre procedere mediche invasive.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-117" title="aereo" src="http://psicologipsicologiaedintorni.files.wordpress.com/2009/05/aereo.jpg?w=133&#038;h=61" alt="aereo" width="133" height="61" /></p>
<p>- <strong>Situazioni specifiche: </strong>la paura è provocata da situazioni come: tunnel, ascensori, volare, guidare…</p>
<p>Quelli riportati sono alcuni esempi che servono per mostrare come ogni stimolo, per alcune persone, può trasformarsi in uno stimolo fobico&#8230;perciò&#8230;alla luce di quanto esemplificato la fobia può interessare molteplici stimoli o situazioni.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;">Una fobia va sempre trattata??</span></em></strong></p>
<p>Oltre il 10% della popolazione soffre di fobie specifiche con un rapporto uomo-donna di 1:3. Questa è una stima ipotetica in quanto gli uomini sono più restii nell’ammetterne la presenza. Solo una minima parte delle persone che ne soffrono chiedono aiuto.</p>
<p>La consulenza professionale dovrebbe essere presa in esame come possibilità nel caso in cui la persona sperimenti disagio personale o significativa compromissione della propria quotidianità (ad esempio dover rinunciare a piacevoli momenti con gli amici, viaggi per paura, per esempio, di volare. Oppure rinunciare a recarsi sul posto di lavoro o a sottoporsi a importanti esami medici per timore degli aghi…).</p>
<p>Gli studi sull’efficacia della <strong><em>terapia cognitivo-comportamentale</em></strong> hanno dato risultati incoraggianti mostrando percentuali di miglioramento che vanno dal 70 al 90% dei casi trattati con questo tipo di terapia. Ost (1996), inoltre, osserva e ci porta a conoscenza di un dato importante: a distanza di un anno, gli stessi pazienti, mantengono gli effetti ottenuti con il trattamento. Questo tipo di trattamento permette di intervenire, in collaborazione con la persona, sulla paura verso l’oggetto e la situazione e agire anche sugli evitamenti che la persona metta in atto, che in realtà mantengono il problema. Il decorso delle fobie non trattate è cronico…</p>
<p>Per fobie fortemente invalidanti può essere necessaria anche una terapia integrata farmacologica (anche “al bisogno”) e psicoterapica.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration:underline;">Come nasce una fobia?</span></em></strong></p>
<p>Partendo dal presupposto che ci sono persone che tra le loro caratteristiche vantano una maggiore o minore “sensibilità all’ansia” che può essere un aspetto importante da tener presente sul perché persone che vivono le stesse situazioni non sviluppano tutte le medesime fobie, e il fatto che ognuno di noi ha a disposizione una serie di fattori (personali, ambientali e sociali) che lo proteggono e altri che lo espongono a maggiori probabilità di sviluppare una psicopatologia.</p>
<p>Fatta questa necessaria premessa, attualmente, le ipotesi maggiormente accreditate riguardanti la nascita delle fobie prendono in esame tre possibili processi:</p>
<p>- l’esposizione diretta ad una situazione nella quale uno stimolo che inizialmente non è temuto viene associato ad una sensazione di ansia e paura,</p>
<p>- l’osservazione di altre persone (l’effetto è maggiore se le persone sono significative per colui che osserva) che sperimentano forte timore di una situazione o un oggetto,</p>
<p>- trasmissione verbale</p>
<p>In tutti questi processi il soggetto capisce che il motivo per cui si sta sperimentando timore, direttamente o no, è dovuto alla presenza della situazione o dell’oggetto che diventeranno fobici.</p>
<p>Federica Paterlini</p>
<br />Pubblicato in-Fobia Specifica, 3 Ansia Tagged: 3 Ansia, disagio, evitamento, evitare, fobia, paura, timore <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com/112/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=psicologipsicologiaedintorni.wordpress.com&amp;blog=6965752&amp;post=112&amp;subd=psicologipsicologiaedintorni&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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