Tutto quello che avreste voluto sapere sulla psicologia…ma non avete mai osato chiedere !

Archivio per la categoria ‘3 Ansia’

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato

Pubblicato da federicapaterlini su 14 febbraio 2010

“E. ha 26 anni. È arrivato in consultazione perché lamentava difficoltà di addormentamento e giramenti di testa. Durante il colloquio si mostrava agitato, sudava, chiedeva spesso di poter bere da una bottiglietta che si era preventivamente portato da casa e si agitava sulla sedia. Riferì di avere problemi fisici e un’ansia pervasiva che lo faceva sentire sempre teso. Qualunque cose gli creava preoccupazione, anche i pochi amici che aveva gli dicevano <<devi prendere la vita con più calma, non puoi agitarti sempre per tutto!>>. E viveva nella paura che accadessero cose spiacevoli, in ambito lavorativo, personale e sociale ma se le cose non si svolgono alla perfezione non riesce ad affrontarle e, come dice lui <<vince la paura>>.”

 

Questo disturbo è abbastanza comune. Può soffrirne circa il 3% della popolazione nell’arco di un anno.

La sintomatologia più presente nel DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATO (DAG) è formata da:

  • Sentirsi teso e con i nervi a fior di pelle
  • Affaticabilità
  • Difficoltà di concentrazione o sensazione di testa vuota
  • Irritabilità
  • Tensione fisica, muscoli tesi e dolenti
  • Sonno disturbato (fatica nell’addormentamento, frequenti risvegli,  svegliarsi poco riposato)

Diversi autori hanno valutato l’efficacia di varie terapie (terapia analitica, rilassamento) confrontandole con la terapia cognitivo comportamentale. Questi studi mostrano una maggiore efficacia di queste ultime (cognitive in particolare) rispetto alle altre (Butler et all, 1987; Durham e Turvey, 1987, Borkovec e coll, 1987, Power et all, 1989, Borkhovec e Costello, 1993).

 

Disturbo d’ansia o normali preoccupazioni???

Chi in talune circostanze di vita non ha sperimentato ansia? Significata che ha un Disturbo d’ansia Generalizzato? La differenza tra l’ansia e le preoccupazioni di ogni giorno e questo disturbo sta nel fatto che l’ansia non patologica è collegata a fattori di stress (ad esempio: rottura di una relazione sentimentale, problemi di salute di un familiare, perdita o minaccia di perdita del lavoro) ed è limitata nel tempo. L’ansia patologica, invece, è eccessiva, dilagante, poco controllabile e pervasiva oltre che di difficile controllabilità. Solitamente è presente fin dall’infanzia o dall’adolescenza.

 

Il ciclo dell’ansia, G. Andrews

 

L’ansia cronica…

Le risposte d’ansia non possono essere eliminate in quanto l’ansia è una risposta innata del nostro organismo. Una risposta adattiva che ci permetteva di attivarci e far fronte ai pericoli della vita. Se non riusciamo a interrompere il ciclo dell’ansia diventerà cronica facendo sperimentare:

- inquietudine, tensione

- stancarsi facilmente

- difficoltà di concentrazione o testa vuota

- irritabilità

- tensione muscolare, difficoltà a rilassarsi

- difficoltà ad addormentarsi o risvegli notturni

- infine….si ha l’impressione di non farcela più, di non riuscire a far fronte alla situazione, ci si sente demoralizzati e depressi

L’ansia in questo caso compromette la vita quotidiana e anche se non è possibile eliminarla, e forse non è nemmeno utile eliminarla totalmente perché in alcune situazioni ci è utile, è possibile imparare a controllarla e a gestirla.

 

Da dove viene l’ansia generalizzata???

È sempre la combinazione di più elementi che conduce allo sviluppo di una patologia. Prendiamo in esame 3 fattori:

- Effetto della personalità: la personalità è, in poche parole, il modo abituale di una persona di pensare, reagire e rapportarsi con gli altri. Chi soffre di questo disturbo si descrive come: sensibile, emotivo, facile alla preoccupazione. Spesso in membri della stessa famiglia è più comune ritrovare le stesse caratteristiche, questo perché nello sviluppo della personalità contano sia fattori genetici sia ambientali. Ci sono anche vantaggi ad avere una personalità così: essere sensibili aiuta a capire gli altri e trattarli meglio..ma ci sono anche degli svantaggi perché l’emotività può portare all’ansia cronica. È possibile però insegnare alle persone a controllare la loro sensibilità.

- Effetto di eventi di vita e stress: ognuno di noi è continuamente esposto a eventi che ci richiedono un cambiamento o un adattamento: cambiare lavoro, cambiare casa, un matrimonio, una nascita, un conflitto, prendere decisioni importanti…L’ansia può avere inizio in questi momenti. Un problema grande o molti piccoli problemi possono superare la nostra normale capacità di adattamento e rappresentare una minaccia.

- Modo di interpretare le cose: solitamente chi soffre di questo disturbo ha una tendenza ad interpretare gli stimoli esterni come minacciosi. Ad esempio: se suona il telefono penseranno che è perché c’è stato un incidente che ha coinvolto qualche familiare, se il responsabile un giorno ha lo sguardo cupo sarà perché è arrabbiato con noi per qualcosa che abbiamo fatto. Vedere il mondo in questo modo dipende da eventi precedenti, esperienze di vita, comportamenti da parte dei genitori, insegnanti…

 

Cosa caratterizza il disturbo?

Il processo di RIMUGINAZIONE è considerato una caratteristica principale del DAG (disturbo d’ansia generalizzato). Il rimuginio è una manifestazione di eccessiva ansia e preoccupazione, in relazione ad alcuni eventi, per un tempo non inferiore a 6 mesi.

Per capire meglio cosa è una rimuginazione la si può definire come una catena di pensieri e immagini associate ad emozioni negative e relativamente incontrollabili (non sono né ossessioni, né pensieri automatici negativi). Ci dovrebbero essere almeno 3 tra i seguenti sintomi:

- mancanza di riposo o irascibilità

- facile affaticamento

- difficoltà di concentrazione

- tensione muscolare

- irritabilità

- alterazione del ritmo sonno-veglia

Fondamentale è differenziare il rimuginio normale, che tutti sperimentiamo qualche volta, ed il rimuginio patologico cioè quella sensazione di non riuscire o fare fatica a controllare le ruminazioni. La differenza non è nel contenuto dei pensieri ma bensì nella capacità o meno di riuscire a interrompere il flusso di pensieri. Alle volte il rimuginio inizia per l’intromissione involontaria di alcuni pensieri ma altre volte è la persona che avvia il flusso dei pensieri.

 

Quali caratteristiche hanno le preoccupazioni??

Ognuno di noi, ogni giorno, ha molte preoccupazioni diverse…ma quali devono essere quelle caratteristiche delle nostre preoccupazioni che ci dovrebbero fare riflettere sulla funzionalità o meno del nostro modo di preoccuparci.

Nel DAG, le preoccupazioni sono: numerose, si susseguono, sono accompagnate da emozioni di allarme, inquietudine e ansia, riguardano spesso eventi futuri catastrofici e poco probabili, riducono la capacità di pensare chiaramente e sono difficilmente controllabili. Queste persone si preoccupano per circa la metà del tempo di veglia per cose che non accadranno ma solo dopo che l’evento atteso non si è verificato riescono a riconoscere il loro eccesso di preoccupazione.

Temi comuni di preoccupazione possono essere: problemi che potrebbero presentarsi in futuro, perfezionismo e paura d’insuccesso, paura del giudizio negativo degli altri.

Ulteriore caratteristica del disturbo è “preoccuparsi di avere delle preoccupazioni” come ad esempio: “Non riuscirò a smettere di preoccuparmi”, “Chissà cosa mi succederà se continuo a preoccuparmi così tanto”. Queste ulteriori preoccupazioni vanno ad incrementare il circolo vizioso dell’ansia mantenendo l’agitazione e la costante preoccupazione.

Attenzione…cosa fate per placare le preoccupazioni…?

Molto spesso le persone trovano delle strategie per ridurre l’ansia dovuta alle loro preoccupazioni.

Alcuni di questi comportamenti, che nel breve termine portano a ridurre l’agitazione, nel lungo termine possono contribuire a rafforzare e mantenere queste preoccupazioni.

a)    Cercare di rassicurarti o chiedere rassicurazioni a qualcuno. Il sollievo che compare durante la rassicurazione ha una breve durata, perciò quando torna l’ansia si è di nuovo dal principio.

b)   Essere perfezionisti

c)    Evitare le situazioni o gli eventi che si pensa creino ansia. Evitare significa non darsi la possibilità di sperimentare…che non c’è nulla di grave.

d)   Rinviare cioè non iniziare un’attività per paura di un fallimento

e)   Tentare di sopprimerle: questo metodo è deleterio perché fa si che le preoccupazioni aumentino se ci portiamo la nostra attenzione.

Pubblicato in: - Il Disturbo d'Ansia Generalizzato, 3 Ansia | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Pubblicato da lorenatorresan su 8 febbraio 2010

Caterina ha 35 anni, fa la casalinga, è sposata e ha due bambini. Non ricorda quando ha incominciato a preoccuparsi in maniera eccessiva delle pulizie di casa. Sa solo che ora le sembra che la casa non sia mai pulita, lava e rilava tutto da cima a fondo più volte al giorno. Ha paura che i germi contamino la casa, diventando fonte di malattie per lei e per i suoi familiari. Ogni volta che qualcuno entra in casa deve prima togliersi le scarpe e i vestiti, perché tutto quello che viene da fuori può essere contaminato. Ne segue che molto raramente Caterina riceve visite da parte di amici, dal momento che è consapevole dell’irragionevolezza del suo comportamento e se ne vergogna.. Le attività di pulizia della casa ormai le portano via quasi tutta la giornata: non riesca a fare altro. Non è mai sicura dell’efficacia delle pulizie e non avendo altri mezzi per controllare che tutto sia effettivamente disinfettato, ricomincia a pulire.

A Caterina è stata fatta diagnosi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Il nome di tale disturbo ne riassume le caratteristiche fondamentali: da un lato le ossessioni, dall’altro le compulsioni.

Di che cosa si tratta?

Il DSM IV-TR definisce le ossessioni come pensieri, impulsi e immagini ricorrenti e persistenti vissuti almeno in qualche momento del corso del disturbo, come intrusivi e inappropriati e che causano ansia e disagio marcati. Le ossessioni non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale (es. se ho perso il lavoro e il mio conto in banca è in rosso e io non riesco a smettere di pensarci, questa non può essere considerata un’ossessione in senso clinico poiché fa riferimento a un problema reale). Le persone tenta di ignorare o sopprimere le ossessioni, o di neutralizzarle con altri pensieri o azioni, ma invano, la persona, inoltre, riconosce che tali ossessioni sono un prodotto della sua mente (e non imposti dall’esterno).
Nel caso di Caterina, la sua ossessione è il pensiero ricorrente e intrusivo che la sua casa possa contaminarsi con dei germi, pensiero che non riesce a scacciare e che le rimane fisso in testa.
Le compulsioni, sempre secondo la definizione del DSM IV, sono comportamenti ripetitivi (es. lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (es. pregare, contare, ripetere parole mentalmente) che la persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta a un’ossessione o secondo regole che devono essere applicate rigidamente. Le compulsioni sono volte a prevenire o ridurre il disagio o a prevenire alcuni eventi o situazioni temuti; ad ogni modo però questi comportamenti o azioni mentali non sono collegati in modo realistico con ciò che sono designati a neutralizzare o a prevenire, oppure sono chiaramente eccessivi.
La compulsioni di Caterina è quella di pulire continuamente la casa nel tentativo di neutralizzare tutti i germi e disinfettare al 100% la casa.

Tra ossessioni e compulsioni quindi è possibile individuare una relazione diretta. Le compulsioni, infatti, nascono come “soluzione” per far tacere le ossessioni, ad esempio risolvendo teoricamente la situazione temuta oppure eliminando i dubbi che la persona ha e che dipendono dalle ossessioni.
Caterina teme che la casa possa essere contaminata dai germi. Questo pensiero le causa forte ansia e stress negativo (di stress). Per diminuire l’ansia e il di stress Caterina è quindi portata a intensificare i comportamenti di pulizia. Questi comportamenti non sono però sufficienti in quanto non possono eliminare al 100% il dubbio circa il fatto che ci siano dei germi. In questo modo l’ossessione di rafforza e di conseguenza anche la compulsione. E’per questo motivo che non riesce a smettere di pulire. Si è creato un circolo vizioso.

OSSESSIONI—–>ANSIA—–>COMPULSIONI—–>OSSESSIONI

Mi riconosco nella descrizione delle ossessioni e delle compulsioni: significa che soffro di Disturbo Ossessivo-Compulsivo?

I pensieri ossessivi e le compulsioni fanno parte del comportamento umano e non necessariamente vanno categorizzati come elementi patologici. A tutti prima o poi è capitato di tornare indietro a controllare di aver chiuso la macchina o la porta di casa perché non si era sicuri di averlo fatto. Così come a tutti prima o poi è capitato di mettere in atto comportamenti scaramantici per scongiurare eventi negativi. Alcuni possono anche avere vere e proprie ossessioni di rilevanza clinica, con le loro conseguenti compulsioni, ma non per questo si parla di disturbo ossessivo-compulsivo. Le ossessioni sono un’esperienza comune, quasi tutte le persone le hanno.
A tal proposito il DSM IV molto saggiamente ha introdotto un importante criterio, necessario per fare diagnosi di questo disturbo: le ossessioni o compulsioni devono causare disagio marcato nella persona, facendo consumare tempo (più di un’ora al giorno) oppure interferendo significativamente con le normali abitudini di vita, con il funzionamento lavorativo (o scolastico) o con le attività o relazioni sociali usuali.
Caterina rispetta in pieno questo criterio: passa quasi tutto il giorno a pulire casa, non esce quasi mai né permette che altri la vadano a trovare.

Per una corretta valutazione del problema è necessario pertanto indagare una molteplicità di fattori, tra cui:

  1. il tempo passato nelle ossessioni (o il tempo libero dalle ossessioni)
  2. l’interferenza derivante dalle ossessioni
  3. il distress associato ai pensieri ossessivi
  4. la resistenza rispetto alle ossessioni
  5. il grado di controllo sui pensieri ossessivi
  6. il tempo passato eseguendo i comportamenti compulsivi (o il tempo libero da compulsioni)
  7. l’interferenza dovuta ai comportamenti compulsivi
  8. il distress associato ai comportamenti compulsivi
  9. la resistenza rispetto alle compulsioni
  10. il grado di controllo sui comportamenti compulsivi

Come si manifesta il disturbo ossessivo-compulsivo?

I sottotipi di disturbo ossessivo-compulsivo sono in numero potenzialmente infinito, dal momento che le ossessioni e le compulsioni possono assumere caratteristiche molto differenti tra loro. La pratica clinica e la ricerca però hanno messo in luce le principali tipologie che è possibile riscontrare.

I principali tipi di ossessioni sono:

  1. ossessioni aggressive (far male a sé o agli altri, pronunciare oscenità o insulti, rubare oggetti, ecc.)
  2. ossessioni di contaminazione (preoccupazione o disgusto per i rifiuti o le secrezioni del corpo, per lo sporco, per i germi, per contaminanti ambientali, animali, ecc.)
  3. ossessioni sessuali (pensieri, immagini o impulsi sessuali proibiti o perversi; pensieri di pedofilia o incesto o omosessualità, ecc.)
  4. ossessioni di accaparramento/accumulo (incapacità di buttare via oggetti e loro accumulo)
  5. ossessioni a sfondo religioso (preoccupazioni rispetto a sacrilegi o peccati di blasfemia; eccessiva moralità; ecc.)
  6. ossessioni di simmetria o di precisione (bisogno che le cose siano messe in un certo ordine, che seguano determinati schemi, ecc)
  7. ossessioni varie (necessità di sapere o ricordare; timore di dire certe cose; timore di non dire proprio la cosa giusta; paura di perdere oggetti; ecc.)
  8. ossessioni somatiche (ossessioni per le malattie; eccessiva preoccupazione per alcune parti del corpo o per l’aspetto, ecc.)

Le categorie relative alle compulsioni sono invece:

  1. compulsioni di pulizia/lavaggio (eccessivo o ritualizzato lavaggio delle mani, fare la doccia, fare il bagno, lavarsi i denti, pettinarsi, pulirsi in generale; pulizia della casa o di altri oggetti inanimati, ecc.)
  2. compulsioni di controllo (serrature, stufe, ecc; che non sia avvenuto o non avverrà alcun danno a qualcuno o a se stessi; che non sia successo o non succederà nulla di terribile; che non si commetteranno errori, ecc.)
  3. rituali ripetuti (riscrivere o rileggere; necessità di ripetere attività di routine come entrare/uscire da una porta, sedersi/alzarsi da una sedia, ecc.)
  4. compulsioni relative al contare (contare mentalmente fino a un certo numero; contare  quanti elementi costituiscono qualcosa; pensare che certi numeri siano fortunati e quindi fare le cose contando fino a quel numero)
  5. compulsioni di riordino/ridisposizione (sentire il bisogno di mettere in ordine le cose secondo precise disposizioni)
  6. compulsioni di accaparramento/accumulo (di posta, di vecchi giornali, di rifiuti, di oggetti inutili, ecc.; ciò va distinto dalla raccolta per hobby o di preoccupazione per oggetti di valore sentimentale o monetario);
  7. compulsioni varie (rituali mentali, che invece di essere agiti vengono fatti mentalmente; compilazione eccessiva di elenchi; necessità di dire, chiedere, confessare, ecc.)

E’ possibile stare meglio?

Il disturbo ossessivo-compulsivo ha il potere di incidere molto negativamente sulla qualità di vita delle persone che ne soffrono. Per questo è importante cercare aiuto tempestivamente al fine di evitare il cronicizzarsi del disturbo.
Qualora il disturbo ossessivo-compulsivo si presenti in modo invasivo e doloroso per la persona è opportuno chiedere aiuto a uno psicoterapeuta, visto il basso tasso di remissione spontanea di tale disturbo (ciò significa che molto difficilmente una volta instauratosi il DOC “passa da solo”).
La psicoterapia cognitivo-comportamentale offre trattamenti efficaci e validati scientificamente. Obiettivo principale di tale psicoterapia è la riduzione delle ossessioni da un lato e delle compulsioni dall’altro, allo scopo di “liberare” la persona dai circoli viziosi cognitivi e comportamentali che la fanno stare male.
In caso di situazioni particolarmente difficili è inoltre possibile ricorrere alla farmacoterapia, mirata alla diminuzione dei sintomi.
L’impiego sinergico della psicoterapia cognitivo-comportamentale e della farmacoterapia è auspicato e garantisce una maggiore probabilità di efficacia del trattamento.

Pubblicato in: - Il Disturbo Ossessivo Compulsivo | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

La fobia sociale

Pubblicato da federicapaterlini su 24 gennaio 2010

 

 

“G. ha 19 anni e frequenta il primo anno di università. G. è sempre stato, fin dall’adolescenza, piuttosto riservato e con pochi amici. Da un anno ha iniziato l’università ma, nonostante i numerosi appelli d’esame che sono previsti nella sua facoltà non è mai riuscito a presentarsi a nemmeno un esame. I genitori sono preoccupati perché vedono che studia molto (quasi otto ore al giorno), si prepara con attenzione e fino a venti giorni prima dell’esame di iscrive e dice che andrà..poi piano piano..mentre passano i giorni sente sempre più la paura di non essere abbastanza pronto, essere bocciato e deriso dai suoi compagni o sbeffeggiato dal docente, teme di dire cose sbagliate o di non riuscire a far uscire un filo di voce…”

 

“S. ha 35 anni ed è sposata. Lavora nell’attività commerciale del marito. Quando riceve i clienti S. diventa molto ansiosa. Accade anche quando il marito invita colleghi o amici a casa. Teme di poter fare qualcosa di sciocco, di non aver nulla da dire e che gli altri notino il suo disagio, la sua goffagine e il tremore delle sue mani. Da circa tre mesi a questa parte S. ha chiesto al marito di non invitare più nessuno a casa e di uscire lui lasciandola a casa in quanto dice di non sentirsi a suo agio. Le situazioni in cui si sente maggiormente a disagio sono: incontrare persone nuove, interagire con loro, firmare davanti ad altri. Solo con due coppie di amici di vecchia data riesce ancora ad uscire abbastanza serenamente o ad invitarli a casa. La signora definisce, da sempre, timida nel senso che è sempre stata in ansia quando doveva incontrare persone nuove perché si sentiva valutata.”

 

La Fobia Sociale è un disturbo molto diffuso . Nel corso della vita ne soffrono dall’ 1,5 al 4,5% della popolazione. Nelle donne è leggermente più frequente rispetto agli uomini, che più spesso soffrono di disturbo evitante di personalità. Solitamente l’inizio è in adolescenza/prima età adulta. Spesso accade che le persone con questa difficoltà non cercano aiuto arrivando ad un decorso cronico.

Spesso è davvero invalidante per la persona, soprattutto perché a causa del loro disturbo preferiscono stare nascoste e non parlarne con nessuno.

 

 

COS’È ????

I manuali diagnostici (DSM IV-TR ed ICD 10) classificano la fobia sociale tra i disturbi d’ansia.

Ciò che caratterizza questo disturbo è la paura di essere osservati, giudicati o di essere al centro dell’attenzione altrui e trovarsi in situazioni sociali. Ciò che si teme è il giudizio negativo degli altri.

Chi soffre di questo disturbo può temere che gli altri possano trovargli dei difetti o che possano considerarlo incompetente, ansioso, stupido, debole o addirittura “pazzo”. Questa paura può manifestarsi quando si parla con altre persone, quando si fa qualcosa mentre altri lo guardano (scrivere, mangiare, bere) o quando si deve parlare in pubblico o, semplicemente,  ci si trova tra altre persone con la possibilità di attirarne l’attenzione.
Ad esempio: è possibile che provino timore di parlare in pubblico per la preoccupazione di dimenticare improvvisamente quello che devono dire o per la paura che gli altri notino il rossore del viso, il tremore delle mani o della voce, oppure perché potrebbero dire o fare qualcosa di sbagliato o imbarazzante, apparire goffo o avere un attacco di panico.

Queste persone cercano in tutti i modi evitare le situazioni che gli creano disagio oppure, se sono costrette, sopportano tali situazioni con un carico di disagio molto elevato.

Le situazioni che più facilmente sono temute:

- parlare in pubblico (fare un’esposizione, un discorso…)

- andare ad una festa

- scrivere/firmare davanti a qualcuno

- fare la fila

- usare il telefono davanti a qualcuno

- mangiare o bere in pubblico

- usare bagni o mezzi di trasporto pubblici

- alcuni temono anche di avere funzioni corporee imbarazzanti in momenti non opportuni (vomitare, ruttare, emettere flatulenze, perdere il controllo dell’intestino o della vescica).

I sintomi ansiosi nel maggior numero di casi sono quelli dovuti all’attivazione del sistema nervoso autonomo (risposta attacco-fuga):

  • palpitazioni (79%)
  • tremori (75%)
  • sudori (74%)
  • tensione muscolare (64%)
  • nausea (63%)
  • secchezza delle fauci (61%)
  • vampate di calore (57%)
  • arrossamenti (51%)
  • mal di testa (46%)

Alcuni hanno più paura delle situazioni in cui gli viene richiesta una performance, una prestazione, mentre altri temono, più in generale, le interazioni sociali.

Ricapitolando, per ora sappiamo che la fobia sociale è una paura eccessiva, angosciante e spesso invalidante delle situazioni sociali dovuta al timore di fare/dire qualcosa di imbarazzante, umiliante o che causi un giudizio negativo o un rifiuto da parte degli altri. Si manifesta con un’attivazione fisiologica importante e spesso, le situazioni che incutono timore vengono evitate dalla persona che prova tale paura.

Una ulteriore caratteristica del disturbo è l’ansia marcata che precede le situazioni temute, detta anche: ansia anticipatoria. Questo termine di riferisce al fatto che la persona inizia ad avere paura anche prima di affrontare una situazione sociale (per esempio andare ad una festa o andare ad una riunione di lavoro). La preoccupazione per l’evento inizia tempo prima dell’evento ed il più delle volte sale proporzionalmente all’avvicinarsi dell’evento stesso.
Può accadere, per questo motivo, che si instauri un circolo vizioso: l’ansia anticipatoria, cioè più il soggetto si preoccupa della sua prestazione nella situazione temuta più aumentano i sintomi ansiosi (anche fisiologici) e maggiore è la probabilità che metta in atto effettivamente una prestazione scadente o percepita come tale, nelle situazioni temute. Esaminando la propria prestazione a posteriori la persona connoterà la performance in senso negativo, confermando la sua inabilità.

Come spesso accade anche in altri disturbi fobici, le persone che provano ansia in situazione  possono avere difficoltà, in quel momento, a riconoscerne l’irragionevolezza, mentre lontano dalle situazioni temute si rendono conto che le loro paure sono irragionevoli od  eccessive. Ciò spesso fa sentire la persona, ulteriormente, in colpa per le condotte evitanti.

I manuali diagnostici e l’esperienza clinica hanno condotto a discriminare tra due sottotipi di disturbo d’ansia sociale:

- semplice o circoscritta: quando l’ansia e l’evitamento riguardano una sola situazione sociale (ad esempio: dare esami o parlare in pubblico…etc…)

 

 

- generalizzata:  può essere usata quando le paure riguardano la maggior parte delle situazioni sociali (per es., iniziare o mantenere la conversazione, partecipare a piccoli gruppi, parlare a persone che occupano una posizione di autorità, partecipare a feste). Di solito sono temute sia le situazioni che comportano prestazioni pubbliche sia le situazioni che prevedono interazioni sociali.

FOBIA SOCIALE-TIMIDEZZA-NORMALE ANSIA SOCIALE…

QUALE DIFFERENZA?

Chi soffre di fobia sociale:

- comincia a preoccuparsi molto tempo prima

- sta sempre peggio prima della situazione

- la volta successiva può essere ancora più preoccupato (effetto del circolo vizioso che si autoalimenta).

Molte persone si definiscono “timide”. La timidezza potremmo definirla come un’eccessiva coscienza di se stessi, una forma piuttosto lieve di fobia sociale ma certamente meno invalidante rispetto all’ansia sociale. Spesso può essere presente in alcuni periodi dell’infanzia ed è molto comune in adolescenza, quando ci si inizia a preoccupare maggiormente del giudizio altrui. Nella maggior parte dei casi la timidezza tende a diminuire con il tempo, pur essendoci alcune situazioni sociali nelle quali può permanere un certo grado di ansia (parlare in pubblico, andare da soli ad incontri sociali in cui non si conosce nessuno).

Ciò che differisce maggiormente una persona che soffre di fobia sociale da chi non ne soffre è l’intensità e il tempo in cui si prova ansia anticipatoria (chi non soffre di ansia sociale inizierà a preoccuparsi solo poco prima della situazione stessa ed inoltre durante l’esecuzione l’ansia si ridurrà gradualmente e la volta successiva il livello di ansia potrebbe essere lievemente più basso rispetto all’attuale), inoltre l’ansia non è opprimente e non porta a produrre evita menti. L’ansia, in alcune situazioni, ad esempio pubbliche, come esporre una relazione ad una platea, viene considerata normale…purchè non venga malamente sopportata o non conduca ad evita menti.

 

È POSSIBILE FARE QUALCOSA?

La psicoterapia è riconosciuta come un trattamento fondamentale per la fobia sociale e studi mostrano che, come per altri disturbi dello spettro ansioso, il trattamento psicoterapeutico generalmente più efficace è quello cognitivo-comportamentale.

Tale trattamento si concentra sul trattamento diretto del sintomo e si preoccupa di lavorare per modificare i pensieri disfunzionali e, parallelamente, di offrire migliori capacità ed abilità per affrontare le situazioni temute.

Il lavoro può richiedere impegno da parte della persona anche perché il soggetto è considerato in modo attivo e anche il lavoro sui pensieri spesso necessita di esposizioni reali graduate e pianificate.

Nel trattamento può rientrare, secondo le caratteristiche della persona, una fase di insegnamento di abilità per la gestione delle situazioni sociali. Tali abilità possono prevedere sia tecniche di rilassamento per la gestione dell’ansia, sia tecniche per la gestione di interazioni verbali (training assertivo: gestione delle conversazioni, fare richieste ed esprimere i propri bisogni, imparare a dire di no quando se ne ha l’intenzione, gestire le critiche che vengono rivolte).

Tale trattamento può essere proposto in sedute individuali oppure in gruppo.

Una ulteriore possibilità è il trattamento farmacologico per la riduzione dei sintomi. Per questo tipo di trattamento è preferibile consultare un medico specialista in  psichiatria che valuti in modo coscienzioso la miglior terapia da intraprendere. Uno degli aspetti sottolineati da molteplici studi è che, nella maggioranza dei casi, i miglioramenti sintomatologici ottenuti tendono a perdersi con la sospensione del farmaco perciò spesso viene consigliato di intraprendere, parallelamente ad un trattamento farmacologico uno psicoterapico.

Mi rendo conto della non esaustività di queste parti che contengono iniziali informazioni. Se aveste bisogno di ulteriori approfondimenti, scriveteci, non appena sarà possibile proveremo a rispondere ai vostri dubbi.

Pubblicato in: - La Fobia Sociale | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »

Che cos’è l’ansia?

Pubblicato da lorenatorresan su 27 maggio 2009

CHE COS’E’ L’ANSIA?

La parola ANSIA fa parte, insieme a tutti i suoi derivati (ansioso, ansiogeno, ansiolitico, ecc.) del vocabolario informale utilizzato nella vita quotidiana di tutti. Non solo, a ben pensarci tali termini vengono impiegati giorno dopo giorno non solo da tutti ma con una frequenza quasi sorprendente. Questo perché tutti nella vita abbiamo più o meno consapevolmente provato ansia. Attualmente però l’uso del termine ansia viene impiegato in una gamma di situazioni talmente vasta che finisce per indicare cose molto distanti tra di loro. L’uso ampio e vario del termine ansia spesso crea confusione.

Ma che cos’è quindi l’ansia? Come fare a riconoscerla?

L’ansia viene definita dal DMS (APA, 1994) come

“Anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro”.

Secondo questa definizione quindi l’ansia è quello che succede alla nostra persona quando ci aspettiamo che accada qualcosa di potenzialmente negativo. Il nostro organismo si prepara a tale evento.

E che cos’è che succede alla nostra persona in quei momenti, nei momenti di “ansia”?

Quello che ci succede è suddivisibile in 3 categorie: quello che sento, quello che penso e quello che faccio.

Quello che sento

Si tratta dei processi fisiologici che l’organismo umano mette in atto in maniera automatica. Quello più noti sono i seguenti:

-  Aumento del ritmo respiratorio (che porta a un senso di affanno e di soffocamento)

-  Aumento del ritmo cardiaco (il “cardiopalma”, ossia la tachicardia, il sentirsi il cuore in gola)

-  Aumento della temperatura corporea (si sente caldo, si suda freddo)

-  Aumento della sudorazione (le mani diventano sudaticce, si sente di sudare)

Esistono altre risposte fisiologiche meno universalmente comuni ma frequenti quali ad esempio l’attivazione circolatoria del volto che porta a rossore e il tremore (alle mani, della voce…).

Prendiamo un esempio tipico di situazione ansiogena. A tutti prima o poi è capitato di dover sostenere un esame o una verifica di qualsiasi tipo: concentrate l’attenzione sull’ultimo esame che avete dovuto sostenere. Quali di queste risposte fisiologiche vi sono capitate? Sono state spiacevoli?

Quello che penso

Le risposte fisiologiche viste nel paragrafo precedente sono sempre accompagnate da una catena di pensieri. Solo parte di tali pensieri è controllata consapevolmente, il resto compare in modo automatico nella nostra mente. Al contrario dei processi fisiologici, che è stato possibile studiare  in generale per tutti gli individui, i processi cognitivi sono specifici di ogni persona. Quello che pensiamo in una situazione di ansia dipende da una molteplicità di fattori tra cui la nostra storia personale e familiare, l’ambiente di vita in cui viviamo, quello che per noi è importante nella vita, le preoccupazioni che abbiamo giorno dopo giorno, eventuali pensieri ricorrenti che sbucano nella nostra testa anche in altre situazioni.

Beck (1987), uno dei fondatori della psicologia cognitiva, ha però individuato alcune modalità di pensiero che risultano problematiche non tanto per il loro contenuto quanto per la loro forma. In particolare Beck parla di distorsioni cognitive quando i nostri pensieri sono “scorretti” dal punto di vista logico. Ad esempio forse a qualcuno di voi sarà capitato di avere un piccolo incidente. C’è chi anche di fronte a piccoli incidenti reagisce pensando cose tipo: “O mamma che tragedia, ora come faremo? Non riusciremo a risolvere la situazione.” Tali pensieri secondo Beck sono scorretti dal punto di vista logico poiché non abbiamo prove tangibili per arrivare a una tale conclusione. Inoltre trattandosi di un piccolo incidente, è più probabile invece che si tratti di qualcosa di facile soluzione. (Per un approfondimento sulle distorsioni cognitive, cliccare qui.)

Quello che pensiamo è molto importante poiché a il  tipo di pensiero che facciamo ci porta ad affrontare le situazioni in un modo piuttosto che nel loro contrario. La persona dell’esempio di prima difficilmente si metterà subito al lavoro per risolvere il problema, tutta presa com’è dalle sue preoccupazioni. Un pensiero meno catastrofico la potrebbe certamente aiutare a mettere in atto comportamenti più costruttivi.

Considerate nuovamente l’esame di prima: che cosa avete pensato negli istanti che lo avevano preceduto? I pensieri che avete fatto vi hanno aiutato ad affrontare l’esame o vi sono stati di ostacolo?

Quello che faccio

Ecco, siete di fronte al pericolo temuto. Il sistema nervoso autonomo si è attivato, avete la testa piena di pensieri anticipatori su quanto sta per accadere: che cosa fate? Di fronte a un pericolo, non sono molte le alternative. Possiamo affrontarlo o possiamo fuggire. Gli inglesi parlano di risposta fight or flight (combatti o scappa). In entrambi i casi, sia che decidiamo di affrontare quello che temiamo sia che si opti per la fuga (tecnicamente si parla di risposta di fuga o evitamento) l’ansia diminuisce.

Ma che cosa significa in pratica evitare gli stimoli ansiogeni? Evitare le cose che ci procurano ansia è qualcosa che quotidianamente accade molto spesso, più di quanto di creda. Evitamenti frequenti sono ad esempio: rimandare una telefonata scomoda, procrastinare impegni fastidiosi,  allontanarsi non appena si intravede un animale temuto (es. topi, ragni, cani), cercare di non pensare a un problema che invece andrebbe risolto, ecc.

Ripensate un’ultima volta all’esame. Come vi siete sentiti una volta che avete iniziato a farlo? L’ansia è diminuita man mano che procedevate?

Ma l’ansia è buona o cattiva?

 

Nel vocabolario italiano la parola ansia ha un’accezione negativa. L’ansia nel senso comune è qualcosa di spiacevole che se potessimo elimineremmo dalla faccia della terra. C’è però chi sostiene che l’ansia è positiva in quanto aiuta ad affrontare certe situazioni ad esempio aumentando la concentrazione.

Chi ha ragione?

A sciogliere il dilemma viene in nostro aiuto una legge matematica scoperta da due scienziati nel 1908,  Robert M. Yerkes e John Dilligham Dodson: la Legge di Yerkes-Dodson. Questa legge chiarisce il rapporto tra livello di ansia e prestazione effettuata. In pratica ci dice quanta ansia dovremmo avere per ottenere una prestazione ottimale. Quello che è emerso dagli studi di Yerkes e Dodson è che l’ansia è effettivamente utile a livelli moderati. In pratica, non deve essere troppa né però deve essere completamente assente. A livello matematico questo concetto viene espresso dalla curva rappresentata nel grafico. Sulla linea delle ascisse abbiamo il livello di ansia, sulla linea delle ordinate la qualità della performance. Come viene evidenziato dal grafico stesso, i livelli più alti di performance si hanno con un livello di ansia medio.
Image Hosted by ImageShack.us

Pubblicato in: - Che cos'è l'ansia?, 3 Ansia | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Commento »

Le fobie specifiche

Pubblicato da federicapaterlini su 2 maggio 2009

“Stefania ha 30 anni e da poco, finalmente, è andata a vivere con Paolo. Lei ha sempre abitato in città, in pieno centro. I due si dovuti trasferire in campagna per questioni lavorative perché Paolo potesse essere vicino al suo lavoro (Paolo fa l’allevatore perciò deve stare vicino alle stalle perché deve essere sempre nei pressi dei suoi animali). Stefania ha sempre avuto –terrore- ,come dice lei, delle lucertole. Da quando vive in campagna arriva sempre tardi al lavoro, a volte non ci va nemmeno. Quando è a casa passa la maggior parte del tempo in casa e non esce se non accompagnata da Paolo che possa, all’occorrenza, scacciare dalla vista e dalla presenza di Stefania, le tanto temute lucertole! -Questa non è vita- dice Stefania, che ora ha anche problemi lavorativi con i superiori e i colleghi a causa dei suoi ritardi e assenze, d’altra parte non può nemmeno cambiare abitazione…”

 

Quanto sopra riportato è un esempio di cosa può significare avere una fobia…ma possono essere milioni le storie diverse che raccontano la stessa fatica di confrontarsi con certi stimoli o situazioni. La fobia specifiche è inserita nella sezione dei Disturbi d’Ansia del DSM IV-TR (il più recente manuale di riferimento APA per la classificazione dei disturbi mentali).

Chi di noi può dire di non aver mai sperimentato ansia? L’ansia non è qualcosa di anormale o di per sé nocivo e disfunzionale (inutile per l’individuo e la sua sopravvivenza).

Quando una persona percepisce una situazione come soggettivamente pericolosa  si ha una attivazione dell’organismo. Questa viene denominata ANSIA e si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente oltre a diversificati fenomeni neurovegetativi come, ad esempio, aumento del battito cardiaco, sudorazione, vertigini, aumento della frequenza del respiro. La persona, pensando di essere in una situazione di pericolo necessita della massima disponibilità di energie, anche muscolari, per poter rispondere al pericolo o per poter scappare o per attaccare e aumentando le probabilità di sopravvivenza. Questo concetto di funzionalità dell’ansia per la sopravvivenza dell’individuo non è valido quando l’ansia è molto alta, sproporzionata alle situazioni. Questa ansia eccessiva può rendere la persona incapace di affrontare le situazioni.

ansiaCosa caratterizza le fobie?

Si prova paura, marcata e persistente per qualche stimolo (ad esempio: cane, lucertola..) o situazioni circoscritte (ad esempio: ascensori, metropolitane..).

- è sproporzionata rispetto al reale pericolo

- è irragionevole e la persona è consapevole “dell’insesatezza” del suo timore, pur non riuscendo a controllare questo stato con razionalità, dimostrazioni..

La forte paura che si prova porta le persone ad evitare gli oggetti e/o le situazioni temute e tutto ciò che il soggetto percepisce come ad esse collegate.

Occorre ricordare che è possibile parlare di fobia specifica quando l’individuo prova un disagio significativo per la situazione o per le conseguenze che gli evitamenti che mette in atto generano in sfere importanti della sua vita (lavoro, socialità).

fugaEvitare: utile o dannoso?

Se riflettiamo su ciò che accade quando temiamo qualcosa..già riusciamo a darci una risposta. Quando si teme una situazione si tende a scappare da essa. Una volta che ci si è allontanati..la paura, l’ansia (sia in termini di sensazioni fisiche sia di pensieri) decrescono.Quindi sembrerebbe utile..

In realtà è un’illusione…sul momento l’ansia si riduce (“quando me ne vado dalla situazione..mi sento subito meglio!”) ma il semplice fatto di aver evitato la situazione conferma alla persona che la situazione/l’oggetto è pericoloso portando all’innesco di una spirale negativa che porta l’ansia per la situazione/oggetto ad aumentare e ad aumentare anche gli evitamenti. Evitare è un fattore che porta a mantenere il problema nel tempo.

Fobie..una o tante??

Le fobie vengono suddivise sulla base di una classificazione per tipologie:

cane- Animali: ad esempio degli uccello o piccioni (ornitofobia), degli insetti, dei cani (cinofobia), dei topi, dei gatti (ailurofobia), dei ragni (aracnofobia).burrone

- Ambiente naturale: delle altezze (acrofobia), del buio, dei temporali.

siringa- Sangue-ferite-iniezioni: paura provocata dalla vista del sangue o da altre procedere mediche invasive.

aereo

- Situazioni specifiche: la paura è provocata da situazioni come: tunnel, ascensori, volare, guidare…

Quelli riportati sono alcuni esempi che servono per mostrare come ogni stimolo, per alcune persone, può trasformarsi in uno stimolo fobico…perciò…alla luce di quanto esemplificato la fobia può interessare molteplici stimoli o situazioni.

Una fobia va sempre trattata??

Oltre il 10% della popolazione soffre di fobie specifiche con un rapporto uomo-donna di 1:3. Questa è una stima ipotetica in quanto gli uomini sono più restii nell’ammetterne la presenza. Solo una minima parte delle persone che ne soffrono chiedono aiuto.

La consulenza professionale dovrebbe essere presa in esame come possibilità nel caso in cui la persona sperimenti disagio personale o significativa compromissione della propria quotidianità (ad esempio dover rinunciare a piacevoli momenti con gli amici, viaggi per paura, per esempio, di volare. Oppure rinunciare a recarsi sul posto di lavoro o a sottoporsi a importanti esami medici per timore degli aghi…).

Gli studi sull’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale hanno dato risultati incoraggianti mostrando percentuali di miglioramento che vanno dal 70 al 90% dei casi trattati con questo tipo di terapia. Ost (1996), inoltre, osserva e ci porta a conoscenza di un dato importante: a distanza di un anno, gli stessi pazienti, mantengono gli effetti ottenuti con il trattamento. Questo tipo di trattamento permette di intervenire, in collaborazione con la persona, sulla paura verso l’oggetto e la situazione e agire anche sugli evitamenti che la persona metta in atto, che in realtà mantengono il problema. Il decorso delle fobie non trattate è cronico…

Per fobie fortemente invalidanti può essere necessaria anche una terapia integrata farmacologica (anche “al bisogno”) e psicoterapica.

Come nasce una fobia?

Partendo dal presupposto che ci sono persone che tra le loro caratteristiche vantano una maggiore o minore “sensibilità all’ansia” che può essere un aspetto importante da tener presente sul perché persone che vivono le stesse situazioni non sviluppano tutte le medesime fobie, e il fatto che ognuno di noi ha a disposizione una serie di fattori (personali, ambientali e sociali) che lo proteggono e altri che lo espongono a maggiori probabilità di sviluppare una psicopatologia.

Fatta questa necessaria premessa, attualmente, le ipotesi maggiormente accreditate riguardanti la nascita delle fobie prendono in esame tre possibili processi:

- l’esposizione diretta ad una situazione nella quale uno stimolo che inizialmente non è temuto viene associato ad una sensazione di ansia e paura,

- l’osservazione di altre persone (l’effetto è maggiore se le persone sono significative per colui che osserva) che sperimentano forte timore di una situazione o un oggetto,

- trasmissione verbale

In tutti questi processi il soggetto capisce che il motivo per cui si sta sperimentando timore, direttamente o no, è dovuto alla presenza della situazione o dell’oggetto che diventeranno fobici.

Federica Paterlini

Pubblicato in: -Fobia Specifica, 3 Ansia | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »

Disturbo di panico o attacchi di panico??

Pubblicato da federicapaterlini su 10 aprile 2009


giornalePerché un articolo su questa tematica? Credo che la dis-informazione…vada di pari passo, se non più velocemente, dell’informazione! Occorre interrogarsi sul perché, spesso, vengono sposate in toto teorie mediche che vedono la terapia solo farmacologica di questo disturbo..quando importanti studi controllati, scientifici, a livello internazionale, dimostrano l’efficacia della psicoterapia (in particolare di quella cognitivo-comportamentale) come trattamento che è stato in grado di presentare una documentazione che dimostra efficacia superiore ad altri trattamenti (Roth e Fonagy, APA Task Force, Nathan e Gorman…).

 

“Non scusare nulla, non occultare nulla, vedi e dì come stanno davvero le cose

– ma devi vedere ciò che getta una nuova luce sui fatti.”

L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche

 

Attacco di panico e disturbo di panico…la differenza c’è!

panicoUn Attacco di Panico corrisponde a un periodo preciso durante il quale vi è l’insorgenza improvvisa di intensa apprensione, paura o terrore, spesso associati con una sensazione di catastrofe imminente. Durante questi attacchi sono presenti sintomi fisici come dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sensazione di asfissia o di soffocamento, e paura di “impazzire” o di perdere il controllo (e altri…). L’attacco di panico può presentarsi una volta nella vita, in una particolare situazione, e non presentarsi più. Molti di noi possono, almeno una volta nella vita, aver sperimentato queste sensazioni senza per questo soffrire del disturbo.

La caratteristica essenziale del Disturbo di Panico è la presenza di Attacchi di Panico ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro Attacco di Panico, preoccupazione sulle possibili implicazioni o conseguenze degli Attacchi di Panico o un significativo cambiamento di comportamento correlato agli attacchi (ad esempio: evitare alcune situazioni affollate, treni, non usare l’automobile e altre situazioni in cui può essere difficile chiedere aiuto). Non tutte le persone che soffrono per questo disturbo modificano il loro comportamento, ma è stato osservato che quando il disturbo si presenta per diverso tempo, prima o poi, le persone iniziano ad evitare le situazioni per paura di avere nuovi attacchi.

soloInizialmente si parlava di Agorafobia per indicare la paura di tutti gli spazi aperti o i posti pubblici (Fobia: paura, Agorà:piazza del mercato). Recenti ricerche mostrano che questa paura non è primaria ma è la conseguenza di una paura sottostante, quella di avere una crisi d’ansia (attacco di panico), indipendentemente dal luogo in cui si manifesta. In sostanza può essere considerata come una condizione di paura degli attacchi di panico che ha, come conseguenza, l’evitamento delle situazioni o attività che, secondo chi ne soffre, potrebbero provocare attacchi di panico o situazioni di imbarazzo in caso di attacchi di panico.

 

 

 

 

 

 

PANICO

SENSAZIONI

SINTOMI FISICI

In breve tempo:

 

- sentirsi agitati e/o

- a disagio e/o

- spaventati e/o ansiosi

 

In una situazione in cui, altre persone non si sentirebbero in questo modo

- Respiro affannoso

- Palpitazioni

- Vertigini, giramenti di testa

- Formicolii a mani e piedi

- Senso di costrizione o dolore al torace

- Senso di soffocamento, mancanza d’aria

- Sensazione di svenire

- Sudorazione

- Tremori

- Vampate di caldo o freddo

- Bocca secca

- Nodo allo stomaco, nausea

- Debolezza gambe

- Visione annebbiata

- Tensione muscolare

- Impressione di non riuscire a pensare chiaramente o parlare

- Impressione che le cose intorno non siano reali

- paura di morire, perdere il controllo, comportarsi in modo bizzarro

Come si sviluppano?

Quasi sempre il primo attacco si manifesta in situazioni di alta tensione o stress. I fattori stressanti sono distinti in due categorie:

- fattori stressanti psicologici: per esempio conflitti coniugali o familiari, morte di un parente o malattia in famiglia, problemi sentimentali, finanziari o pressioni sul lavoro.

- fattori stressanti fisici: come la presenza di malattie fisiche, esaurimento da troppo lavoro, mancanza di sonno, uso di droghe o alcolici, ipoglicemia, fine di un’influenza (si è debilitati).

 

Entrambi questi fattori possono portare, non in modo inevitabile, a sperimentare ANSIA. Anche quando questa si manifesta non sempre è seguita da un attacco di panico, inoltre, si possono avere anche attacchi di panico quando l’ansia appare lieve e i fattori stressanti poco visibili.

 

E dopo??

Le persone imparano in fretta a riconoscere le situazioni in cui è più facile che si sviluppi un attacco di panico o quelle in cui è più pericoloso o imbarazzante. Ad esempio: treni, autobus, ascensori sono spesso temuti in quanto se si avesse un attacco di panico bisognerebbe comunque aspettare che si fermino..non è possibile fuggire immediatamente dalla situazione. Anche in fila alle casse o all’interno di un negozio o nel traffico ci sono le stesse difficoltà. Se, invece, la paura è quella di non poter essere aiutati sarà situazione rischiosa l’essere in casa soli o viaggiare su strade deserte. Se il timore sarà di essere presi in giro saranno scelte come, maggiormente probabili situazioni in cui sono presenti altre persone. Tutto questo accade perché ognuno di noi cerca di dare delle spiegazioni a ciò che gli succede. Quello che accade in questi casi è che nel 90% dei casi la persona non riesce a darsi la spiegazione reale, cioè che causa di questo stato è l’ansia, l’iperventilazione…,ma lo attribuisce, erroneamente, alla situazione in cui è avvenuto (questo processo avviene per condizionamento). Un’altra situazione che spesso si presenta è che, dopo l’instaurarsi di una prima paura se ne formano altre; entro una settimana dal primo attacco di panico il 30% delle persone sviluppano più di una paura situazionale (es: andare al supermercato e al cinema..).

 

Quanto abbiamo detto fin’ora non è così difficile da osservare in noi stessi o in chi ci sta vicino, ci sono, invece, altre situazioni che non sono così evidenti. Alcune persone possono sviluppare delle abitudini che li aiutano, nel breve tempo, a controllare l’ansia, ma che, a lungo andare non riescono più a farne a meno (esempio: non uscire senza i farmaci per l’ansia, evitare sforzi, evitare luoghi caldi o freddi, evitare di vedere film emozionanti, mettersi a contare oggetti che si vedono…etc…).

 

Perché in alcune persone l’ansia porta a sviluppare l’attacco di panico ed in altre, invece, no?????

La risposta a questa domanda è complessa. La premessa, in generale a tutte le difficoltà e disturbi, è sempre la presenza di aspetti multifattoriali che portano allo sviluppo del disturbo. Non esista mai una sola ed unica causa per l’insorgenza di un disturbo ma è sempre la concomitante presenza di diversi fattori, ambientali e non.

La ricerca psicologica ha messo in luce che, i motivi per cui alcune persone arrivano a sperimentare attacchi di panico e altre no, le persone che si attivano più facilmente di fronte alle situazioni lo possono fare per:

1) la presenza di situazioni stressanti

2) l’iperventilazione (respirazione accelerata)

3) personalità individuale

 

iperventilareL’ iperventilazione (respirare troppo velocemente e/o in modo troppo profondo) è un fenomeno importante nella risposta di attacco-fuga nei disturbi di panico. La risposta di attacco-fuga è una normale risposta, primitiva, che prepara l’uomo a difendersi dalla fonte di paura mediante uno sforzo fisico. Di fronte allo stimolo che produce la reazione di paura si ha un’attivazione fisiologica (aumento battito, aumento frequenza respiratoria…) che ci fanno sentire da una parte la spinta di fuggire o difenderci e dall’altra grande energia per farlo. Nei disturbi di panico il fenomeno dell’iperventilazione peggiora i sintomi. Questo è dovuto ad un disequilibrio della concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nel sangue. È importante conoscere alcuni sintomi dell’iperventilazione: senso di mancanza d’aria (uno dei sintomi peggiori e che può portare la persona a respirare ancora più profondamente peggiorando il sintomo), testa leggera, stordimento, irrealtà, stranezza, confusione, tachicardia, formicolii, mani sudate, bocca e gola secca, rigidità. Quando dura a lungo si può provare: vertigini, nausea, fatica a respirare.

Spesso questa sintomatologia viene interpretata come una possibile malattia (ad esempio cardiaca) ma in realtà non è pericolosa e fa parte di una normale risposta fisiologica.

 

La personalità è il modo in cui, solitamente, le persone reagiscono alle situazioni, come si comportano. Spesso chi soffre o ha sofferto di attacchi di panico si descrive come una persona sensibile, emotiva, nervosa. È sicuramente positivo avere una personalità di questo tipo per la capacità di capire gli altri ma può portare anche svantaggi perché la tendenza preoccuparsi predispone agli attacchi di panico. Persone di questo tipo tendono a rispondere allo stress con reazioni fisiologiche intense e sono, per questo, più vulnerabili.

 

Ansia e…pregiudizi!

Quando si prova ansia si ha spesso paura di non riuscire a controllarla o che possa condurre a problemi fisici e/o mentali. Il pericolo è che si crei un circolo vizioso per cui se sono in ansia ed interpreto ciò che mi sta accadendo come una ulteriore minaccia avrò un aumento dei sintomi. Alla luce di questa considerazione è utile provare a sfatare qualche mito sulle conseguenze dell’ansia!

 

- “Temo di impazzire”: la persona teme di esser diventata schizofrenica, nonostante la differenza tra ansia e schizofrenia sia molta. L’insorgenza è diversa: gli attacchi di panico insorgono all’improvviso e possono ripetersi mentre la schizofrenia inizia gradualmente. Nella schizofrenia ci sono deliri (convinzioni, pensieri strani come l’esser chiamati dalla CIA..) e allucinazioni. La schizofrenia ha origine genetica e insorge prima dei 25 anni…

 

- “Avevo l’impressione di non controllare più le mie azioni”: significa pensare di non avere il controllo delle proprie azioni, fare cose strane o imbarazzanti (aggredire, dire oscenità). La reazione di ansia, se non si è di fronte ad uno stimolo fisico pericoloso, porta a sentirsi confusi, strani, irreali e come costretti a muoversi, fuggire. In realtà si è in grado di decidere cosa fare.

 

palpitazioni- “Aiuto, sto per avere un infarto”: sentire fatica a respirare, costrizione al petto e dolore toracico può far pensare a un infarto. In realtà la differenza con i sintomi dell’ischemia cardiaca è che essi si presentano con uno sforzo fisico e migliorano con il riposo, inoltre nell’ischemia cardiaca cambia l’attività elettrica del cuore mentre nell’attacco di panico si modifica solo la frequenza cardiaca. Un elettrocardiogramma normale può portare il medico specialista ad escludere la presenza di cardiopatie.

 

Federica Paterlini e Lorena Torresan

 

 

Pubblicato in: - Disturbo di panico/attacchi di panico, 3 Ansia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Lascia un commento »

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.