Ho deciso di scrivere questo articolo perchè penso che le persone debbano sapere a chi si rivolgono o a chi rivolgersi in particolari situazioni…
CON PROBLEMI AD UN OCCHIO…ANDRESTE MAI DA UN ORTOPEDICO???

Credo sia un diritto delle persone essere informate su cosa possono aspettarsi da un professionista o cosa dovrebbero ricevere e cosa no…!!!
Nonostante l’avvento di internet e una maggior fruibilità delle informazioni spesso si nota, tra utenti e popolazione, la difficoltà d’avere chiari alcuni concetti. C’è confusione sulle figure professionali legate alla salute mentale…parole che contengono la desinenza PSI non significa che definiscano competenze ed ambiti d’intervento uguali e sovrapponibili…
PSICOLOGO…ALLO SCOPERTO!
Anche agli studenti dei corsi di laurea in psicologia capita spesso di scoprire COSA sia la PSICOLOGIA e COSA faccia lo PSICOLOGO solo dopo aver scelto di studiarla.
Questo non significa che gli studenti di psicologia facciano scelte avventate o non meditate, ma questo è un esempio lampante delle conoscenze, alle volte, spesso, inappropriate e insufficienti che dilagano nei non addetti ai lavori su questa disciplina! La situazione è tale…non per demerito dei cittadini o dei futuri studenti! In Italia, l’assenza di una cultura psicologica ha contribuito alla diffusione di molti luoghi comuni che aleggiano intorno alla figura professionale dello psicologo.
Cosa fa lo psicologo…?
La L.56/89 regolamenta la professione. L’articolo 1 dovrebbe aiutarci… “Comprende l’uso di strumenti conoscitivi e di interventi per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e dibattito in tale ambito.”
La psicologia, di per sé, studia il comportamento dei singoli individui e i loro problemi mentali in rapporto al relativo vissuto, per cui lo psicologo solitamente non è laureato in medicina, ma in Psicologia.
In sostanza ?
Può lavorare facendo progetti di prevenzione…quindi con persone, come direbbe il senso comune, sane! Fa consulenze per arrivare a chiarire quali siano le difficoltà che la persona sta attraversando (Diagnosi) per arrivare a stilare progetti di Abilitazione e riabilitazione. Può, inoltre, offrire sostegno nei momenti di difficoltà.
A chi sono rivolte le sue prestazioni?? Può lavorare con la singola persona, con il gruppo, le comunità e gli organismi sociali.
Le attività viste fin’ora sono cliniche ma lo psicologo può essere impegnato (come me e la Dott.ssa Torresan) anche nella ricerca e nella sperimentazione. Gli psicologi possono, infine, lavorare in ospedali, centri di salute mentale, consultori, comunità per tossicodipendenti o malati psichiatrici, NPI, centri di riabilitazione, scuole, aziende, università e istituti di ricerca.

QUANTA STRADA SI DEVE FARE PER DIVENTARE PSICOLOGI ?
Solo dopo l’Iscrizione all’Albo A è possibile svolgere tutte le attività che abbiamo appena elencato.
Al DPR 328 del 5 Giugno 2001 è stata apportata una modifica dell’Albo degli psicologi che è stato suddiviso in 2 sezioni.
Albo A: riservato a laurea quinquennale (5 anni) o laurea specialistica (3+2), per iscriversi è necessario il superamento dell’esame di stato. Potranno esercitare funzioni di elevata responsabilità nelle organizzazioni e nei servizi diretti alla persona, ai gruppi, alle comunità (scuola, sanità, pubblica amministrazione, aziende). Potranno inoltre svolgere attività libero-professionali in campo clinico, nonché attività di consulenza presso enti pubblici e privati.
Albo B: gli iscritti alla sezione B sono laureati triennali che hanno superato il relativo esame di stato. Tali figure professionali potrebbero trovare una collocazione – con funzioni di supporto psicologico – nei diversi ambiti delle istituzioni socio-educative e socio-sanitarie. In particolare nei seguenti settori:
-prevenzione e programmazione in ambito scolastico,
- recupero in situazioni di handicap e di svantaggio socio-culturale;
- sostegno alle famiglie nelle fasi di transizione del ciclo di vita;
- accoglienza e trattamento del disagio psicologico e sociale.
I laureati di primo livello dovranno sostenere l’Esame di Stato per potersi iscrivere ad un apposito Albo Professionale (Albo B). Il corso di laurea di primo livello dà accesso ai corsi di laurea specialistica (biennale), al termine dei quali si acquisisce la qualifica di psicologo, superando l’apposito Esame di Stato.
VI PRESENTO…LO PSICHIATRA!!
Innanzitutto è un medico che, dopo la laurea in medicina, si è specializzato in psichiatria, conseguendo la qualifica di specialista. Lo psichiatra, oltre ad occuparsi della diagnosi ha, come area peculiare della sua formazione, la cura psichiatrica che si organizza su mezzi e tecniche fisico-chimiche (significa..farmaci!).
Lo psichiatra, a meno che non sia psicoterapeuta (e abbia frequentato e terminato una scuola di specializzazione quadriennale in psicoterapia), non agisce attraverso la psicoterapia.
La psichiatria si differenzia dalla psicologia in quanto basata conoscenze di medicina. Per concludere: psichiatra e psicologo hanno un diverso iter formativo e nonostante abbiano entrambi il medesimo abiettivo (il sostegno, l’aiuto e la salute del paziente) hanno strumenti diversi per raggiungerlo. Lo psichiatra, infatti, può fare prescrizioni farmacologiche, lo psicologo no!
LO PSICO…TERAPEUTA…
Il percorso per divenire psicoterapeuta è duplice. Può iniziare dopo la laurea in psicologia o dopo quella in medicina, conseguita la quale va intrapreso un corso di specializzazione riconosciuto dallo Stato Italiano della durata di almeno 4 anni. Anche il laureato in medicina deve superare l’Esame di Stato esattamente come lo psicologo. Dunque lo psicoterapeuta può essere sia medico che psicologo; nel caso che sia psicologo può esercitare tutte le attività dello psicologo e in più la psicoterapia, nel caso che sia medico può esercitare le attività del medico (fra cui la prescrizione di farmaci) e quelle dello psicoterapeuta. Lo psicologo-psicoterapeuta non può prescrivere farmaci. Lo psicoterapeuta ha a disposizione un bagaglio di conoscenze di tecniche che possono essere usate per aiutare le persone e affrontare le loro difficoltà. Secondo le teorie di riferimento variano le tecniche a disposizione del professionista.
I diversi orientamenti in psicoterapia
Se date un’occhiate vi accorgerete che ogni psicoterapeuta ha una teoria di riferimento, un approccio alla persona e alla psicopatologia che lo guida nel suo lavoro. Avete mai sentito parlare di psicoterapeuta Rogersiano? Psicodinamico? Adleriano? Cognitivo? Cognitivo-comportamentale? E..psicoanalista??? Probabilmente avete visto qualche psicoanalista in qualche film famoso, dove con il suo lettino il terapeuta lasciava parlare e interpretava i sogni del suo paziente. Quali sono allora…alcuni di questi orientamenti?
PSICOANALISTA: è uno psicoterapeuta che si ispira alla teoria Freudiana e ai successori di Freud. Rientra nelle terapie psicodinamiche.
Esse prendono origine dalle teorie proposte da Freud, attribuendo però un peso differente alle diverse componenti della teoria dello sviluppo psicosessuale originale, introducendo anche elementi nuovi non considerati da Freud. Lo psicanalista, per diventare tale, deve necessariamente sottoporsi in prima persona ad un’analisi personale che può avere una durata variabile (in genere qualche anno) con il fine di risolvere eventuali conflitti personali irrisolti e di acquisire maggiori competenze professionali.
Per questo indirizzo non è tanto il problema presentato dal paziente ad essere oggetto d’indagine bensì i suoi conflitti inconsci presenti fin dalla nascita. Il tentativo della psicoanalisi è eliminare le rimozioni.
PSICOTERAPEUTA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE:
Questo indirizzo psicoterapico nasce agli inizi del Ventesimo secolo dalla tradizione scientifica della psicologia sperimentale, in particolare dagli studi di J.B. Watson e I.P. Pavlov, fondatori della corrente teorica del “comportamentismo“, che si proponeva di costruire una scienza psicologica che condividesse le caratteristiche di esattezza e obiettività tipiche delle scienze più avanzate, quali la biologia e la fisica. Tale scopo fu raggiunto limitando il proprio oggetto di indagine a ciò che è intersoggettivamente osservabile, vale a dire il comportamento; veniva invece messo da parte lo studio sui processi mentali, in quanto non esistevano strumenti scientifici per condividere le osservazioni in maniera univoca.
A partire da questi studi, furono applicate al campo della sofferenza mentale una serie di tecniche di modificazione del comportamento, di diretta derivazione dalla ricerca sperimentale, il cui insieme verrà definito “terapia comportamentale”. La caratteristica di queste metodologie è la misurabilità dei risultati e dell’efficacia, che ha permesso di stabilire delle precise indicazioni tra categorie di problemi e tipo di tecnica (nevrosi d’ansia e fobie, problemi di comportamento e apprendimento nei bambini, enuresi ed encopresi, riabilitazione di soggetti con handicap fisici e psichici).
Nel frattempo, l’evoluzione della ricerca scientifica in psicologia compie, intorno agli anni ’60, grossi progressi, soprattutto grazie all’introduzione delle prime sperimentazioni di simulazione dei processi mentali tramite computer. Le applicazioni per la terapia di questi progressi sono estremamente importanti. Le tecniche sviluppate, oltre al comportamento, si propongono la modificazione e il cambiamento dei processi mentali, vale a dire i pensieri e le emozioni. Nasce in questo modo la “psicoterapia cognitiva e comportamentale” i cui studi ne dimostrano l’efficacia e l’applicabilità ad una vasta gamma di problemi che in precedenza erano difficilmente trattati con le tecniche che si limitavano alla modificazione del comportamento.
sottostanti è inoltre l’apertura alle innovazioni provenienti sia dalla ricerca scientifica sia da altre correnti di studio sulla psicoterapia (quali le “teorie psicodinamiche” o le “teorie sistemiche”). Ne è un esempio la recente attenzione e tentativo integrazione all’interno della psicoterapia cognitiva e comportamentale di importanti fattori terapeutici, quali le dinamiche del rapporto tra terapeuta e paziente e il peso degli aspetti interpersonali e familiari correlati alla sofferenza individuale.
Di cosa si occupa lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale?
Attualmente copre il campo del trattamento di tutti i disturbi mentali: disturbi dell’area nevrotica (disturbi d’ansia, fobie, ossessioni-compulsioni, depressione), disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia), disfunzioni sessuali, disturbi di personalità, disturbi da abuso di sostanze, psicosi (disturbo delirante, schizofrenia), problemi psicopatologici dell’età evolutiva, psicopatologia nell’anziano.
Oltre alle applicazioni psicopatologiche le tecniche cognitivo-comportamentali si dimostrano particolarmente efficaci e rapide per aiutare le persone a risolvere difficoltà di adattamento o crisi evolutive (difficoltà nelle relazioni sociali o nel lavoro, ansia da esame, reazioni disadattive al lutto, difficoltà nella coppia o nella gestione dei figli, ecc.), anche attraverso modalità alternative al trattamento psicoterapico (gruppi di auto-aiuto, biblioterapia).
Il terapeuta cognitivo – comportamentale possiede nel suo repertorio una serie di tecniche di derivazione comportamentale, cognitiva e relazionale, che utilizza all’interno della cornice della relazione terapeutica, vale a dire il particolare rapporto tra operatore e paziente, rapporto che viene investito da una progressiva condivisione di senso.
In termini molto semplificati possiamo affermare che l’intervento terapeutico si pone due obiettivi principali: il primo é quello di individuare e definire il tipo di pensiero che accompagna le emozioni negative (per esempio dolore, sconforto, paura); il secondo consiste nel cercare delle modalità alternative, più funzionali, di affrontare le situazioni problematiche. L’adozione di modalità di pensiero più costruttive conduce a una modificazione dell’esperienza emozionale dolorosa. Sarà compito del terapeuta individuare le tecniche più appropriate che potranno aiutare la persona a raggiungere questi obiettivi, mentre sarà compito di quest’ultima impegnarsi durante gli incontri e nella vita reale per seguire le indicazioni dell’operatore.
Caratteristiche dell’approccio sono:
- Mirato allo scopo: all’inizio della terapia, previa una approfondita valutazione diagnostica, vengono concordati gli obiettivi da raggiungere, viene stabilito un piano di trattamento che si adatti alle esigenze del singolo, vengono previsti i tempi e le modalità di verifica per il raggiungimento dei cambiamenti auspicati.
- Centrata sul presente: il lavoro terapeutico, soprattutto quando mirato alla soluzione di sintomi specifici, si basa sull’elaborazione di quello che succede nella vita attuale della persona. L’attenzione al passato e alla “storia” personale è sicuramente importante in fase diagnostica e in alcune categorie di intervento, ma normalmente la terapia cerca di aiutare la persona a superare le difficoltà attuali.
- Attivo e collaborativo: terapeuta e paziente lavorano insieme.Il terapeuta può proporre delle strategie cognitive e comportamentali che poi il paziente dovrà sperimentare negli incontri e a casa, tra una seduta e l’altra.
- A breve termine: la durata dell’intervento è dipendente dalla valutazione del tipo di difficoltà e dall’impegno e motivazione del paziente. In ogni caso i cambiamenti vengono monitorati a scadenze prestabilite in partenza, ed è quindi possibile la valutazione dell’efficacia dell’intervento oltre che la ridefinizione degli obiettivi.
- Integrabile: si presta a sinergie con il trattamento psicofarmacologico.
- Dimostra la sua efficace a breve e lungo termine: questo orientamento vuole sottoporre a sperimentazione le strategie e tecniche di cui fa uso. La misurabilità dei risultati permette di fare ricerche. Quelle fatte fino ad ora dimostrano che, i cambiamenti ottenuti con queste tecniche, si mantengono a lungo nel tempo.
Tutto quanto è stato detto rientra sempre in una relazione di fiducia che dev’essere costruita con il paziente!
TERAPIE ESISTENZIALI: si basano sul concetto secondo il quale il comportamento disturbato può essere modificato incrementando la consapevolezza sulle motivazioni e sui bisogni. Danno valore alla libertà di scelta e al libero arbitrio come la più importante caratteristica dell’essere umano.
Quanto è qui pubblicato non è sicuramente esaustivo dei diversi orientamenti…è solo un assaggio…se vi interessa qualcosa nello specifico…chiedete!!!! Pazientate…e la risposta, se possiamo fornirvela…arriverà!!!
Federica Paterlini e Lorena Torresan

