Tutto quello che avreste voluto sapere sulla psicologia…ma non avete mai osato chiedere !

Archivio per dicembre 2009

Il disturbo depressivo

Pubblicato da federicapaterlini su 31 dicembre 2009

 

“B. ha tre bambini e da dieci mesi è stata licenziata. Con il solo stipendio del marito la situazione finanziaria era precaria. La preoccupazione economica e i costanti fallimenti nella ricerca di un nuovo posto di lavoro hanno creato disaccordo anche tra B. ed il marito sia per la gestione economica sia per la cura dei figli. B. appare molto dimagrita, ha poco appetito e dorme poco (si sveglia prestissimo al mattino). Solitamente svolgeva molte attività mentre era a casa dal lavoro e i bambini erano a scuola, ora sembra avere le batterie scariche e nulla pare interessarle. Non riesce nemmeno più a guardare i suoi telefilm preferiti e non riesce più a svolgere le faccende domestiche (ciò ha portato ad ulteriori litigi con il marito). Il marito disse che la moglie non era mai stata così..perciò, insieme, decisero di prendere appuntamento da uno psicologo”

 

Quante volte capita di sentire l’amico o il conoscente dire che qualcuno ha, o ha avuto, l’esaurimento nervoso? A me è capitato molte volte. Il termine per alcuni è intercambiabile con quello di nevrastenia.

Tali termini, frequentemente utilizzati nelle conversazioni quotidiane, in realtà non sono propriamente corretti. Per esaurimento nervoso, il senso comune, intende un insieme di situazioni patologiche o semi-patologiche come l’astenia, le cefalee, i disturbi del sonno ed i disturbi lievi dell’attenzione e dell’umore. In questo modo non è nemmeno chiaro se siamo nell’area della psicopatologia più vicino all’ansia o alla depressione. Il motivo per cui inserisco questo termine in questa sezione è che molti non addetti ai lavori lo usano per parlare dei disturbi dell’umore.

Questa sezione dovrà servire per descrivere uno tra i vari DISTURBI DELL’UMORE. Tale etichetta è molto ampia e comprende diversi disturbi che hanno tutti una caratteristica predominante, ovvero, la persona ha alterazioni nell’umore.

Il DSM IV-TR (Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali, APA) inserisce in tale sezione varie tipologie di disturbo..qui brevemente riportate:

- Disturbi Depressivi (“depressione unipolare”, Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbo Distimico e Disturbo dell’Umore NAS),

- Disturbi Bipolari

- Disturbo dell’Umore Dovuto ad una Condizione Medica Generale

- Disturbo dell’Umore Indotto da Sostanze.

Questa parte serve per inquadrare l’area in cui ci muoviamo e slegarci da quelle etichette, forse un po’ confusive, del senso comune!

Ora..entriamo più nel dettaglio del DISTURBO DEPRESSIVO MAGGIORE..che è ciò che caratterizza anche la breve storia di B.

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A chi non è mai successo, nell’arco della vita, di sentirsi un po’ giù? Un problema di depressione può esserci se il senso di vuoto, di disperazione e tristezza sono l’umore più presente nell’arco delle giornate e queste sensazioni non accennano ad andarsene.

La tristezza temporanea che, a tutti, è capitato di vivere in alcuni momenti e situazioni si distingue dalla depressione anche perché in tale condizione risulta difficile affrontare la quotidianità, il lavoro, la vita che abbiamo sempre svolto. Ciò che faceva provare piacere ora non ha più effetto positivo sulla persona, anzi sembra quasi un dovere, un fastidio o una fatica. La vita quotidiana è compromessa come spesso affermano le persone che stanno sperimentando queste emozioni o come raccontano i loro familiari.

Per umore alterato in senso depressivo si intende:

- la persona si sente depressa, triste, senza speranza, scoraggiata o “giù di corda” o sente di aver perso interesse o piacere per quasi tutte le attività (ad esempio: se appassionati di calcio non vanno più a giocare o ad allenarsi..). Spesso lamentano di sentirsi “spenti”, di non avere sentimenti, o di sentirsi ansiosi, la presenza dell’umore depresso può essere dedotta dalla mimica e dal comportamento.  Nei bambini e negli adolescenti l’umore può essere irritabile anziché triste.

Oltre a ciò la persona presenta anche altri sintomi come:

- alterazioni dell’appetito o del peso (aumento o perdita di peso);

-del sonno;

-agitazione (per es., incapacità di stare seduti, passeggiare avanti e indietro, stropicciarsi le mani; oppure tirarsi o sfregarsi la pelle, i vestiti, o altri oggetti);

- o rallentamento (per es., eloquio, pensiero e movimenti del corpo rallentati; aumento delle pause prima di rispondere; eloquio caratterizzato da riduzione in volume, inflessioni, quantità, o varietà di contenuti, o mutacismo);

-meno energia per fare le cose di tutti i giorni (anche i più piccoli compiti possono richiedere una grande fatica, anche solo lavarsi o vestirsi al mattino);

-sentimenti di svalutazione o di colpa;

-difficoltà a pensare, concentrarsi o prendere decisioni;

-ricorrenti pensieri di morte o ideazione suicidaria, pianificazione o tentativi di suicidio.

Alcune persone enfatizzano lamentele somatiche anziché parlare di tristezza.

Il quadro qui descritto può essere presente con alcune delle manifestazioni indicate presenti per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, per almeno 2 settimane consecutive. Chi sperimenta tale situazione prova disagio nelle situazioni sociali, nel lavoro.

L’alterazione dell’umore è un segnale, un campanello d’allarme, per andare a vedere se ci troviamo di fronte ad un disturbo dell’umore.

Un EPISODIO DEPRESSIVO si compone di una costellazione di sintomi COGNITIVI, COMPORTAMENTALI, SOMATICI ed AFFETTIVI che, se presenti, diminuiscono la capacità di funzionare della persona e la sua capacità di adattarsi alla vita sociale.

Cognitivi Comportamentali Somatici Affettivi
-visione negativa di sé (scarsa stima, senso di fallimento, inadeguatezza, inutilità e impotenza)

-visione negativa del mondo

- visione negativa del futuro (es: “le cose andranno sempre male”)

-distorsioni cognitive

-autoaccusa e autocritica (es: “la gente mi disprezzerebbe, conoscendomi”)

-ridotta capacità attentiva

-ridotta memoria

-pensieri di suicidio

-rallentamento

-agitazione

-mimica facciale che esprime sentimenti negativi

-eloquio rallentato nel ritmo

-trascuratezza personale (legata alla maggior faticabilità anche nelle pratiche di cura della persona)

- perdita di peso in assenza di diete

-riduzione del sonno (difficoltà ad addormentarsi /risvegli precoci)

-perdita dell’appetito

-lamentele di dolori (cefalee..)

-stanchezza

-fatica

- tristezza, sentirsi giù, solitudine, infelicità

-ansia, preoccupazione, paura, tensione

-rabbia, essere infuriato, irritazione, essere seccato

-provare vergogna, imbarazzo, sentirsi umiliato

-delusione

-gelosia, invidia

- sentirsi in colpa

- sentirsi ferito

- essere sospettoso

Quelli che vedete sopra sono un elenco dei sintomi che si possono riscontrare in un EPISODIO DEPRESSIVO, in un DISTURBO DEPRESSIVO MAGGIORE o in un DISTURBO DISTIMICO.

QUALI E QUANTI SINTOMI IN UN EPISODIO DEPRESSIVO????

Cinque (o più) dei seguenti sintomi sono stati contemporaneamente presenti durante un periodo di 2 settimane e rappresentano un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento.Almeno uno dei sintomi è costituito da umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto (per es., si sente triste o vuoto) o come osservato dagli altri (per es., appare lamentoso) o perdita di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (come riportato dal soggetto o come osservato dagli altri).

   
   
   
   
   
   
   
   
   

Altri sintomi in aggiunta ad almeno uno dei due sopraesposti sono i sintomi COMPORTAMENTALI, COGNITIVI, AFFETTIVI e SOMATICI descritti in tabella.

La persona a causa di tale situazione prova disagio e ha impedimenti nel normale svolgimento delle azioni quotidiane.

 
 

E SE DURASSE PIÙ A LUNGO????

Può capitare che l’umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, sia persistente per almeno 2 anni. Nei primi 2 anni di malattia, non sono stati riscontati periodi di assenza di depressione di durata superiore ai 2 mesi.Quando depressa la persona sperimenta 2 o più sintomi tra:

1) scarso appetito o iperfagia (mangiare molto)
2) insonnia o ipersonnia
3) scarsa energia o astenia
4) bassa autostima
5) difficoltà di concentrazione o nel prendere decisioni
6) sentimenti di disperazioneIn questo caso ci troviamo di fronte ad un EPISODIO DISTIMICO dove la differenza non sta tanto nei sintomi che il soggetto sperimenta ma soprattutto nella DURATA e nell’INTENSITÁ e QUANTITÁ  degli stessi (sono spesso meno intensi e numerosi rispetto al disturbo depressivo ma presenti da più tempo in modo continuativo).
 

 

È innegabile che coloro che sperimentano alcuni dei sintomi sopra elencati (infatti non è necessario che siano presenti tutti contemporaneamente per sperimentare un episodio depressivo o un episodio distimico) soffrono, stanno male, a volte si sentono impotenti e non in grado di combattere perché spesso non basta solo la voglia di stare meglio per superare tali momenti.

 

 

MA…È POSSIBILE FARE QUALCOSA?

 

Se pensate che alcune caratteristiche, in questo momento della vostra vita, si avvicinano a quelle indicate e sopra descritte sarebbe bene che vi rivolgeste ad uno specialista, psicologo o psichiatra, per farvi aiutare. Tutti noi possiamo avere momenti della vita più bui, dove tutto ci sembra particolarmente nero e in cui soffriamo molto. Nulla vieta in quei momenti in cui le nostre risorse non sono sufficienti di fare affidamento anche su altre persone o professionisti.

I nostri comportamenti sono strettamente legati ai nostri pensieri e alle nostre emozioni in una specie di circolo perciò occorre andare a spezzare questo circolo di visione negativa di sé, del mondo o del futuro per iniziare a vedere le cose in modo un po’ diverso. Il percorso non è facile ed occorre l’impegno, la collaborazione e lo sforzo attivo della persona che lavori con il suo terapeuta affinchè si raggiungano delle modificazioni in tale status.

La terapia COGNITIVO-COMPORTAMENTALE rappresenta il tipo di psicoterapia più utilizzato (Stuart e Thase, 1994). Tale psicoterapia è risultata efficace anche in anziani (Engels e Vermey, 1997), adolescenti (Reinecke et al, 1998) ed è stato dimostrato anche il mantenimento dei risultati nel tempo (Nietzel et al, 1987).

Non è escluso anche l’uso combinato di psicoterapia e farmaci, ancora oggi sono in corso studi per approfondire tale tema.

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Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata

Pubblicato da lorenatorresan su 10 dicembre 2009

Michela ha 24 anni. Se le chiedi del passato, ti dirà che si ricorda di essere sempre stata un po’ cicciottella e, conseguentemente, a dieta. Le ha provate tutte. Molte diete hanno anche funzionato, per un po’, ma ogni volta che Michela sospendeva la dieta di turno, tutti i chili persi tornavano. E con gli interessi! Da un po’ di tempo a questa parte inoltre l’alimentazione le è completamente scappata di mano. Il cibo sembra non bastarle mai. Non riesce a far passare il tempo tra un pasto e l’altro senza sentire la necessità di mettere la testa nel frigo, o nella dispensa, per abbuffarsi con quello che trova. Il cibo è diventato un’ossessione, pensa al mangiare continuamente anche se, quando poi mangia, le sembra di averne perso il gusto e il piacere. Purtroppo, inoltre, il suo peso sta continuando ad aumentare.

Il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI), o Binge Eating Disorder (BED) è una patologia che solo recentemente è balzata all’attenzione degli studiosi di disturbi del comportamento alimentare. Infatti nel DSM IV-TR (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali pubblicato dall’APA, l’American Psychiatric Association) compare soltanto all’interno della generica categoria dei Disturbi Alimentari Non Altrimenti Specificati, in quanto ai tempi della pubblicazione gli esperti non avevano ancora le idee ben chiare sulla natura di tale disturbo.

La pratica clinica evidenzia non solo che questo disturbo ha caratteristiche proprie che lo distinguono dagli altri problemi dell’alimentazione ma anche che la sua incidenza lo rende una patologia da non sottovalutare. La maggioranza dei dati epidemiologici sulla diffusione del  DAI nella popolazione italiana rivela un valore compreso tra lo 0.7% e il 4.6%. Considerando la fascia di popolazione a rischio per i DA (donne tra i 12 e i 25 anni di età) la percentuale sale al 6% (Todisco e Vinai, 2008). Percentuale che tende ulteriormente a salire nel caso di persone obese.

Ma che cos’è il Disturbo da Alimentazione Incontrollata?

Secondo il DSM IV-TR (APA; 2000) il DAI è caratterizzato da “episodi ricorrenti di abbuffata, senza l’utilizzo regolare degli inappropriati comportamenti compensatori”.

Una abbuffata è definita da due caratteristiche:

1)      Mangiare in un periodo definito di tempo (es. due ore, mezzora, etc.) una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso intervallo di tempo o in circostanze simili.

2)      Sensazione di perdita del controllo sull’alimentazione durante l’episodio (es. sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando).

Le abbuffate si associano ad almeno 3 dei seguenti sintomi:

1)      mangiare molto più rapidamente del normale;

2)      mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni;

3)      mangiare grandi quantitativi di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati;

4)      mangiare in solitudine perché ci si vergogna di quanto cibo si sta assumendo;

5)      provare disgusto verso di sé, depressione o senso di colpa dopo ogni episodio.

Le abbuffate avvengono, in media, almeno 2 giorni la settimana per un periodo di 6 mesi. E’ presente un marcato disagio nei confronti del proprio comportamento alimentare. Ma si tratta di una soglia arbitraria, non significa che chi ha abbuffate meno frequenti stia meno male. E’ infatti importante valutare piuttosto quanto le abbuffate interferiscano con la salute e la qualità di vita di una persona.

Gli episodi di abbuffata non si associano all’uso regolare di inappropriati comportamenti compensatori (es. vomito, lassativi, esercizio fisico esagerato).

Ma se ogni tanto mi abbuffo significa che soffro di un disturbo alimentare?

Quanto precedentemente illustrato vuole porre l’attenzione sul fatto che per poter parlare di disturbo da alimentazione incontrollata non è sufficiente avere sporadici episodi di iperalimentazione. Non basta cioè mangiare in modo esagerato in singole occasioni, anche se ripetute nel tempo. Solo nel momento in cui sono soddisfatti tutti i criteri è possibile parlare di DAI.

In particolare è fondamentale prestare attenzione alla relazione che si ha con il cibo e porsi alcune domande. Ho deciso io di mangiare così tanto (perché ne avevo voglia, perché mi faceva piacere, per golosità, etc.) oppure non ne ho potuto fare a meno perché a un certo punto ho perso il controllo? Come ho mangiato: assaporando i cibi e gustandomeli o trangugiando tutto senza quasi accorgermi di quello che stavo ingerendo? E dopo che ho mangiato, come mi sono sentito: appagato anche se effettivamente avrei potuto mangiare meno o schiacciato dal senso di colpa e dal disgusto verso quanto appena fatto?

Solo valutando attentamente le risposte a queste domande è possibile giungere a una corretta valutazione del problema.

Perché alcune persone si abbuffano?

Il DAI, come gli altri disturbi dell’alimentazione e come la quasi totalità dei disturbi mentali, è ritenuto una patologia a genesi multifattoriale. Che cosa significa? Significa che per sviluppare questo disturbo è necessario che ci sia una molteplicità di cause tutte contemporaneamente presenti nell’esistenza di una persona, interne o esterne, e che solo dall’interazione tra queste differenti variabili può nascere il disturbo. Avremo dei fattori che predispongono al disturbo (genetici, neuroendocrini, psicologici, sociali), altri che lo scatenano (es. diete, situazioni di stress o di difficoltà) e, infine, altri che una volta instaurato lo mantengono. In mancanza di un modello in grado di comprendere tutte le variabili coinvolte nello sviluppo di tale disturbo, molte sono le teorie proposte dagli studiosi. E’ possibile individuare due grandi filoni di pensiero: le teorie della restrizione alimentare e i modelli della spinta emotiva.

1) Teoria della restrizione alimentare

Secondo il MODELLO DELLA RESTRIZIONE ALIMENTARE le abbuffate sarebbero la diretta conseguenza di una dieta. Diversi studi evidenziano come le abbuffate si verifichino nella maggior parte dei casi durante i periodi di dieta ferrea[1] o in conseguenza di tale periodi. Uno dei possibili meccanismi attraverso cui la dieta ferrea porta alle abbuffate è quello legato alle alterazioni della fame e della sazietà. Le diete portano a un aumento della fame e dell’appetito nei confronti dei carboidrati in particolari e a un’alterazione alterata della sazietà. Ciò favorisce l’assunzione di elevate quantità di cibo.

L’organismo lotta contro le diete

a) Riduce il consumo di energia: si abbassa il metabolismo

Più scarse sono le quantità di cibo e le calorie che forniamo al nostro organismo, più esso si “adatta” risparmiando energia, cioè consumando sempre meno calorie. Questo meccanismo è stato selezionato dall’evoluzione in quanto è molto utile se ci troviamo in mancanza di cibo, come in una carestia, ma non lo è se iniziamo una dieta dimagrante: esso fa sì che perdiamo peso sempre più lentamente. Il corpo consuma sempre meno energia anche per un’altra ragione: con la dieta non perdiamo solo grasso, ma anche una quota considerevole di massa muscolare. Meno muscolo si ha, meno energia si consuma.

b) Altera i meccanismi di fame e sazietà, spingendo la persona a mangiare

La ricerca ha dimostrato che quando seguiamo una dieta si modificano nel nostro corpo i livelli di alcune sostanze che incidono sugli stimoli di fame e sazietà. In particolare, aumentano le sostanze che stimolano il senso di fame e diminuiscono quelle che inducono un senso di sazietà.

c) Fenomeno della disinibizione

Capita che, una volta cominciato a mangiare, non ci si riesca più a fermare, si perda il controllo. L’organismo cerca di recuperare le calorie perdute spingendoci a mangiar eil più possibile.

2) Modelli della spinta emotiva

Non tutte le abbuffate però dipendono da una dieta, in alcuni casi i loro antecedenti non sono legati a stimoli di fame o appetito ma a stati emotivi.

A questo proposito sono stati proposti diversi processi che potrebbero spiegare il legame tra abbuffate e emozioni negative.

a) Teoria dello scambio

Secondo tale teoria le abbuffate sono un modo per sostituire uno stato emotivo negativo insopportabile (es. depressione) con un altro meno intollerabile (es. il senso di colpa a seguito dell’abbuffata).

b) Modello della fuga dall’autoconsapevolezza

L’abbuffata diventa in questo modello un modo per concentrare l’attenzione della persona su uno stimolo preciso (es. il cibo) e distrarla così dall’emozione negativa presente.

c) Modello del blocco emotivo

Secondo cui le abbuffate servirebbero ad allontanare l’attenzione dell’individuo da stati emotivi intollerabili. A differenza del precedente modello la persona non viene distratta dal cibo, ma il cibo stesso assume la capacità di bloccare le emozioni negative, provocando un momentaneo effetto di sollievo.

d) Teoria del mascheramento

Le abbuffate in questo caso hanno il compito di mascherare i veri motivi di sofferenza dell’individuo, che può così permettersi di giustificare il proprio malessere come conseguenza del comportamento alimentare e non delle vere motivazioni.

La gestione delle emozioni attraverso le abbuffate crea, insieme alla scelta di fare una dieta, un potente circolo vizioso. Le abbuffate, qualunque sia il meccanismo che le innesca, danno luogo a emozioni negative che a loro volta possono portare a nuove abbuffate.


[1] Modalità di dieta ferrea: 1) saltare i pasti; 2) ridurre drasticamente le porzioni; 3) eliminare certi cibi

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